Visitare i Borghi più belli d’Italia in Alto Adige: Vipiteno & Co.

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Qual è la provincia più affascinante d’Italia? Secondo me quella di Bolzano. Infatti l’Alto Adige / Sudtirol è meraviglioso, non solo per i paesaggi naturali incredibili delle vallate che si insinuano tra Alpi e Dolomiti; il fascino è dato dall’unione della cultura italiana e quella germanica. Il bilinguismo la contraddistingue; anzi trilinguismo, considerando pure la piccola minoranza ladina. Quindi visitando l’Alto Adige e ascoltando i suoi abitanti ti sembra di stare all’estero: parlano quasi tutti tedesco! Però fortunatamente ogni luogo ha scritte in italiano ed ogni persona lo conosce, per cui non hai alcun problema a relazionarti. Questo mix di culture è assimilato anche dai monumenti e dai paesi, che sono tipici alpini dell’area mitteleuropea, ma plasmati anche dai traffici millenari con l’Italia. In questo viaggio sono andato alla scoperta dei Borghi più belli d’Italia in Alto Adige: Castelrotto, Chiusa, Egna, Glorenza e Vipiteno. Tutti belli, tutti diversi, tutti imperdibili!

Borghi più belli d’Italia in Alto Adige

  1. Come arrivare in Alto Adige
  2. Egna / Neumarkt
  3. Glorenza / Glurns
  4. Chiusa / Klausen
  5. Castelrotto / Kastelruth
  6. Vipiteno / Sterzing
  7. Conclusioni

1. Come arrivare in Alto Adige

Angolo di Glorenza

Dall’Italia è semplice arrivare in Alto Adige / Sudtirol (o Südtirol, come sarebbe corretto scrivere). In auto l’Autostrada A22 del Brennero sale da Verona (e prima ancora da Modena e Mantova), incrociando l’A4 che viaggia da Milano o Venezia; quando la valle dell’Adige è cinta tra alte montagne sei arrivato in Trentino: passata Trento in pochi chilometri sei in provincia di Bolzano.
Però la cosa più saggia è giungere in treno. Infatti non solo connette tutte le principali vallate dell’Alto Adige ed ha corse dirette da Milano e Bologna, a volte con cambio a Verona. Inoltre alloggiando in Alto Adige ricevi gratuitamente l’Alto Adige Guest Pass che ti permette di viaggiare gratis su tutti i mezzi pubblici del Sudtirol, già dal giorno di arrivo. Inoltre ogni zona offre esperienze speciali e a seconda della stagione, come sconti su impianti di risalita in estate. Iniziativa intelligente, paragonabile a quella del Ticino.

1.1 Il viaggio in treno

Un suggestivo paesaggio dell’Alto Adige

Essendo un viaggiatore rispettoso dell’ambiente, scelgo di arrivare in treno. Così non ho nessun problema di parcheggi. Attento però: l’Alto Adige Guest Pass vale solo in provincia di Bolzano, perciò devo comprare prima un biglietto da casa fino a Trento (anzi Mezzocorona).
Il mio percorso da Milano prevede un cambio a Verona, poi il regionale veloce risale il Veneto, praticamente parallelo al Lago di Garda. Sempre emozionante quando imbocchi la valle dell’Adige con montagne alte sui lati che fanno da cornice a distese di vitigni, il magnifico castello di Ala o a qualche paese con pittoresco campanile appuntito. Il fiume scorre placido accanto e sembra piccolo e secondario; invece è il secondo fiume più lungo d’Italia. Accanto vedi sentieri dove pedalano escursionisti in bicicletta: è una delle grandi potenzialità del Trentino Alto Adige. Il treno passa dalle belle Ala e Rovereto, poi Trento. Infine arrivo in Alto Adige

 

2. Egna / Neumarkt

Angolo di Egna, uno dei Borghi più belli d’Italia in Alto Adige

Egna è il primo dei Borghi più belli d’Italia in Alto Adige che visito. Giace nella valle dell’Adige, a metà strada tra Trento e Bolzano; più precisamente la zona si chiama Bassa Atesina. Sia l’uscita autostradale di Egna/Ora sia la stazione sono dall’altra parte dell’Adige rispetto al borgo; perciò gentilmente un responsabile dell’hotel mi passa a prendere. L’alternativa sarebbe stato aspettare l’autobus.
Qui più che in Sudtirol sembra di essere in Trentino. Infatti il borgo è in pianura, circondato da distese agricole di meleti e vitigni che occupano l’ampia vallata. Inoltre la val di Fiemme è vicinissima: Cavalese è a 23km. Il borgo storico ha attorno 4 interessanti frazioni: Vill, Mazzon, Laghetti e San Floriano; le puoi raggiungere attraverso percorsi turistici, come quello del Pinot Nero, emblema della zona. Peraltro il mio soggiorno coincide con le Giornate Nazionali del Pinot Nero a metà maggio, ottima occasione per scoprire il territorio.

2.1 Storia di Egna

Passeggiando sotto ai portici di Egna

Un’antica stazione di posta romana sulla Via Claudia Augusta, che dalla Pianura Padana (Mantova in particolare) raggiungeva Augusta in Baviera; così sorse mansio Endidae, che nel Medioevo divenne Enna ed infine Egna; il sito archeologico è visitabile. Peraltro la strada fu fondamentale per conquistare la Rezia.
Ma è il nome tedesco a racconta un episodio chiave della storia di Egna: Neumarkt significa “mercato nuovo”. Infatti nel 1189 un incendio la distrusse ed il principe-vescovo di Trento la ricostruì come “borgum novum”, col diritto di tenere il mercato. Nel Duecento col passaggio del potere ai Conti del Tirolo assunse appunto il nome tedesco di Neumarkt. I traffici fluviali e terrestri favorirono lo sviluppo del borgo, soprattutto dopo il 1309, quando ottenne il “diritto di fermo e deposito delle merci”; significa che tutte le merci passavano dalla dogana di Egna e poi raggiungevano Trento o Bolzano solo con trasportatori locali. In particolare il porto fluviale trasportò per secoli il legname della Val di Fiemme, ambito da Venezia.
Particolarità: nel 1946 passò dalla provincia di Trento a quella di Bolzano.

2.2 Cosa vedere a Egna

I palazzi storici di Egna

Il centro storico di Egna è contraddistinto da due vie antiche, che si incontrano in una piccola piazza allungata, la Piazza Centrale. Anticamente via Andreas Hofer si trovava accanto al corso del fiume Adige; del resto Egna fino al Cinquecento fu il porto fluviale più importante della zona. Però a causa delle continue inondazioni, dal 1222 fu realizzata via Portici.
Dopo il declino economico cominciato a fine Settecento, dagli anni Settanta del XX secolo è cominciato il recupero e valorizzazione del centro storico. Sono state pavimentate le vie e recuperate le fontane, interrando il Ritsch, il canale che scorre lungo tutto il centro e che raccoglieva l’acqua piovana; ora lo vedi in alcuni tratti proprio accanto alle fontane. Noti ancora qualche edificio decrepito ed abbandonato, ma nell’insieme spiccano i bei palazzi storici. Questi restauri hanno permesso ad Egna di entrare nel 2014 tra i Borghi più belli d’Italia.

Via Andreas Hofer

Scorcio di via Andreas Hofer

I portici caratterizzano sia via Andreas Hofer che via Portici, rendendo pittoresca Egna: sono il suo emblema. Lunghi oltre 500m, sono praticamente ininterrotti ed ospitano artigiani, bar, negozi, ristoranti e qualche hotel. Ovviamente sono utili anche per proteggersi da pioggia o neve in inverno. Il restauro degli edifici e dei portici li ha mantenuti come erano nel Cinquecento: gli abitanti di Egna ne vanno orgogliosi.
Via Andreas Hofer è più stretta e lunga. Rappresenta la parte più antica di Egna: questi portici hanno origine duecentesca. La via prende il nome dal patriota altoatesino che si ribellò a Napoleone; dormì nella prigione al numero 28 prima di essere mandato a Mantova per la fucilazione: una targa esposta lo ricorda. Passeggiare tra arcate, portici e fontane è piacevole. Puoi osservare i dettagli, come i lampioni retrò o le decorazioni di alcuni palazzi. Inoltre diverse rondini volano nel cielo sopra la via. 

Museo di cultura popolare

Il negozio ricostruito nel Museo di cultura popolare

Nell’edificio al numero 50 della via trovi un luogo sorprendente: il Museo di cultura popolare. È stato creato dalla signora Anna Grandi Müller che raccolse oggetti di uso quotidiano della zona, spesso visitando cantine, a volte discariche e comprando il resto e trasportando tutto con la sua bicicletta. 
Entrando fai un viaggio nel tempo: torni indietro tra Ottocento e inizio Novecento. Ma non solo: ha recuperato anche l’orologio cinquecentesco della chiesa di Mazzon, coi meccanismi in ferro. Stupende le ricostruzioni degli ambienti, come l’angolo del negozio Setnikar; c’è un’affettatrice centenaria, macchina per misurare l’olio, scatole di latta del panettone Motta e altri (una con quadro di Caravaggio), scatole di legno della marmellata Zuegg, la prima macchina elettrica per macinare il caffè (1924), un telefono a manovella e il libretto degli acquisti del negozio, scritto a mano. Mi ricorda il Museo delle scatole di latta di Gerano.

I piani superiori
Egna vista dalla finestra del Museo di cultura popolare

Il museo è molto grande, nei 3-4 piani dell’antico edificio; anche questo è inaspettato. L’anziana signora Maria ti guida nella visita e ti racconta appassionatamente i tantissimi oggetti.
I piani superiori ricreano fedelmente ambienti domestici d’epoca: è il meglio della collezione. Osservi tazze, bambole, cavalli a dondolo, una slitta, cartoline, pagelle di scuola ed oggetti sacri, legati al culto privato. Mi colpiscono in particolare una casetta delle bambole in stile liberty (1900) e una radio del 1920. In un’altra sala osservi carrozzine, tra cui due della Opel: prima delle auto costruivano quello! Salendo ancora tra oggetti contadini e di vari artigiani, il percorso espositivo termina nella camera da letto della signora Müller, che regala pure una bella vista sulla via.

Chiesa di San Nicolò

L’affascinante chiesa di San Nicolò

Chiude via Andreas Hofer, staccato dai portici sulla destra, un edificio storico che passa inosservato: la Ballhaus; era il magazzino e deposito delle merci che obbligatoriamente dovevano sostare qui una notte. Il fiume Adige gli scorreva accanto, mentre ora è a mezzo chilometro. Adesso è una biblioteca.
Pochi passi e sull’altro lato ammiri la chiesa di San Nicolò, protettore dei naviganti e dalle alluvioni. Ha un alto campanile appuntito ed attorno un piccolo e pittoresco cimitero con prato verde. Dentro la chiesa spiccano grandi affreschi novecenteschi nella navata centrale, realizzati utilizzando persone del paese. Pregevole la zona absidale, con altare maggiore in finto marmo, coro tardogotico e vetrate colorate; a sinistra un enorme San Cristoforo. La parte più antica è nella navata di destra, con affreschi tardogotici rinvenuti recentemente; vedi i simboli dei 4 Evangelisti e una possente lastra. Particolarità: la statua di San Giuseppe Freinademetz con libro in cinese.

Via Portici

Tutta l’eleganza di via Portici

Giunto nella Piazza Centrale, si apre via Portici. La differenza è netta: più ariosa e larga, oltre ad avere un’atmosfera più nobiliare ed elitaria. Infatti i palazzi sono alti ed arricchiti da affreschi ed erker, le tipiche finestre sporgenti sulla strada dell’area germanica; servivano per osservare la via, oltre a ricevere più luce in casa. Tutto questo crea angoli e scorci più pittoreschi ed interessanti da fotografare, grazie alle forme particolari ed i colori dei palazzi. Tra questi c’è Palazzo Zenobio-Albrizzi, costruito da una famiglia veneta; infatti ha un’architettura diversa e barocca, con archi più alti e qualche stemma familiare sulla facciata. All’interno ha pregevoli soffitti decorati con stucchi. Bello anche l’edificio al n. 26 con lo stemma del giudice Peter Gand, l’aquila asburgica e lo stemma di Egna.
Se guardi bene qui i portici sono più irregolari: infatti spesso furono aggiunti a posteriori agli edifici tra Quattrocento e Settecento.

Centro parrocchiale di Egna

Alcuni affreschi nel Centro parrocchiale di Egna

Nel borgo storico edifici privati conservano spazi preziosi o sale affrescate, alcuni ad opera di Marcello Fogolino, artista veneto che dipinse anche nel Castello del Buonconsiglio a Trento.
Oltre ai già citati c’è il Centro parrocchiale di Egna, in via Portici 17. Già la facciata ha tre volte ad arco acuto e tracce di affreschi secenteschi. Però un restauro di fine anni ’90 ha portato alla riscoperta di un vero tesoro all’interno. Sali al primo piano ed ammiri nell’atrio affreschi antichi di santi, vita quotidiana, decorazioni floreali e una grande aquila asburgica a due teste. Da lì guardando il piano superiori osservi splendide decorazioni rinascimentali a graffito. Il meglio però è nella grande sala centrale (o Sala Parrocchiale): ammiri un soffitto con travi del ‘500 dipinte con allegorie, stemmi e volti. Mi ricordano quelle viscontee nel Museo di Castelgrande a Bellinzona. Le travi sono leggermente storte, ma sono opere preziose.

Il Mercatino delle pulci

Egna durante il vivace mercatino delle pulci

Ogni terzo sabato del mese nelle due vie principali di Egna e in piazza è organizzato il mercatino delle pulci, che anima i portici. C’è di tutto: ovviamente si parte da svariati oggetti di antiquariato, ma trovi anche articoli per la casa, indumenti come scarpe e borse, oggetti religiosi, libri, quadri… In un punto una band suona musica da vivo, creando una bella atmosfera. Io mi fermo allo stand che vende monete e ne compro una: 500 lire di San Marino che manca alla mia collezione. A giugno e settembre l’evento duplica con un mercatino per bambini.
Comunque Egna è vivace: durante l’anno ospita tantissimi eventi come la famosa Laubenfest (festa dei Portici) che attira molti visitatori, Classic and More con altri 10 comuni, la notte Romantica dei Borghi più Belli d’Italia e le Giornate del Pinot Nero. Inoltre essendo ben preservata, Egna è stata molte volte set cinematografico

Le altre chiese di Egna

All’interno della Chiesa dei Cappuccini

In fondo via Portici è sbarrata da un palazzo con stupende decorazioni di inizio ‘800; sembra un tappeto rossastro ricamato. Qui termina il centro storico, ma ci sono due altre chiese da vedere a Egna.
Prendendo la via a sinistra (Largo Municipio) dopo 200m a destra trovi il Convento dei Cappuccini con la chiesa dei Quattordici Santi Ausiliari o Chiesa dei Cappuccini semplicemente. Edificati tra 1617-20, puoi visitare solo la chiesa. Non sembra antica, anzi domina la semplicità tipica dell’Ordine cappuccino; la facciata ha solo una statua e portale come decorazione, dentro le pareti sono bianche e spoglie. Così spiccano l’altare maggiore, quelli laterali e pulpito (tutti neo-romanici in legno). Un restauro degli anni 2000 ha ammodernato banchi e vetrate coloratissime e contemporanee
Successivamente imboccando via della Madonna trovi la Cappella di Lourdes, piccola ed in pietra. Ricostruisce la grotta di Lourdes, con statue della Madonna e di Bernadette.

2.3 Pranzo al Bar Café Centrale

Il risotto del Bar Cafè Centrale

La via della Madonna riporta nella Piazza Principale, dove mi fermo a pranzo al Bar Cafè Centrale. I tavolini sono pieni ed il menù offre primi piatti, molti panini ed insalate. Però come iniziativa speciale per le Giornate Nazionali del Pinot Nero posso assaggiare un menù pensato per l’occasione. Mi portano un antipasto di salumi e formaggi (tutti prodotti locali), accompagnati ovviamente da un bicchiere di Pinot Nero della cantina Gottardi del 2021, prodotto nelle vigne di Mazzon. A seguire primo piatto: risotto al Blauburgunder, speck croccante e fiori di campo… che con un folata di vento volano via per metà. Lo assaggio ed il sapore mi pare familiare: infatti Blauburgunder è il nome tedesco del Pinot Nero. Infine il tipico dolce locale: strudel con gelato fatto in casa. Lo strudel in generale non è uno dei miei dolci preferiti perché mi stanca, ma il gelato è delizioso.

La Pinot Noir Experience Mazzon

Vista di Egna durante la Pinot Nero Experience Mazzon

Le Giornate Nazionali del Pinot Nero prevedono numerose iniziative, per ogni gusto: degustazioni, feste, picnic, ma anche bike tour e trekking. Io partecipo a quest’ultima: la Pinot Nero Experience Mazzon che dal borgo sale alla frazione di Mazzon con la simpatica guida Lukas. L’esperienza prevede una camminata in un tratto del grande Percorso del Pinot Nero (o Blauburgunderweg in tedesco) che collega Egna, Montagna ed Ora; il giro completo è di 16,2 km, noi ne percorriamo circa 5km, per 230m di dislivello. Non è un percorso tecnico: è adatto anche alle famiglie.
L’appuntamento è alla fontana della piazza di Egna, da dove osservo sul monte la chiesa di San Michele di Mazzon; lì arriveremo. Imbocchiamo Via Val di Fiemme, poi alla scuola elementare tedesca giriamo a destra sfiorando meleti e i muri di Palazzo Longo, circondato da filari di viti. Ancora a destra il sentiero in salita entra nel bosco.

Il trekking

Il paesaggio di Mazzon con natura e ville

Oltrepassiamo un cancello: delimita le aree vinicole da quelle naturali del Parco Naturale Monte Corno che si estende in quest’area; è il più piccolo dell’Alto Adige, ma ricco di animali e piante, tra cui orso e lupo.
Il primo tratto nel bosco è in faticosa salita, seppur in ombra. Più o meno a metà, incontri un punto panoramico che paragona l’Egna attuale ad un disegno di Egna nel passato. Arrivato praticamente in cima il pendio spiana: esci dal bosco e cammini tranquillamente tra distese di viti, sotto al sole; a sinistra ammiri la vallata dell’Adige. Poco più avanti un pannello spiega la storia della viticultura. Il percorso continua e conduce ad alcune ville sotto ai monti; sono di proprietari di cantine e una sembra un castello. Ci passi accanto ed ammiri il giardino curatissimo e piscina. Siamo a Mazzon, sopra al borgo di Egna ed una delle sue frazioni. 

Mazzon

La pittoresca piccola chiesa di San Michele di Mazzon

Mazzon giace in collina, su una terrazza naturale. Oltre alle ville e a qualche cantina sparsa, la frazione è composta da sparute case raccolte attorno a una via: non arrivano a 10. I monumenti da vedere sono 2: le rovine di Castel Caldivo (o Castel Kaldiff), castello del XII secolo circondato dal bosco; un incendio nel Seicento ha lasciato solo lo scheletro delle mura con merlature.
L’altro è la piccola chiesa di San Michele che risale a fine Trecento. La vedi da lontano in mezzo alle vigne; dalla strada dall’alto gli fa da sfondo la valle dell’Adige, ma anche un terribile traliccio dell’elettricità; però ammiro i tanti borghi, paesi o frazioni nei dintorni fino al lago di Caldaro, Bolzano e le montagne di fronte. Così scendo nel vigneto per osservare da vicino la chiesa gotica con bel campanile con orologio e affreschi di santi e Gesù Bambino sulla facciata. Purtroppo la trovo chiusa: peccato perché all’interno è decorata. Mi limito a fotografarla sfruttando le linee dei filari di vite: che posto fantastico!

La degustazione di Pinot Nero

Un bicchiere della degustazione di Pinot Nero

La zona ampiamente soleggiata, calda d’estate e fresca di notte, il terreno calcareo ed il dislivello limitato, il vento Ora che ogni giorno nel pomeriggio sale dal Lago di Garda sono le condizioni ideali per realizzare il Pinot Nero. Perciò le zone di Mazzon, Pinzon e Glen sono i 3 posti migliori del Pinot Nero.
Ci fermiamo in una panchina accanto ad un monumento: un mappamondo metallico che illustra dove è coltivato. Qui facciamo una degustazione di Pinot Nero, anch’essa inclusa nell’esperienza. Kathrin ci fa assaggiare 4 bicchieri di Pinot Nero del 2023, esaltandoli con un po’ di salumi, formaggi e pane tipico.
Ma non termina qui. Facciamo pochi passi e raggiungiamo la prestigiosa Cantina Brunnenhof per seconda degustazione. Johann ci offre prima il vino Eva, incrocio tra Riesling e Pinot Bianco; come sapore somiglia sia al vino bianco, sia al passito. A seguire un classico e corposo Pinot Nero.

2.5 Pinot Nero party

Il protagonista del Pinot Nero party

Torno a Egna verso le 18:00, giusto in tempo per l’inizio del Pinot Nero party al Bar Cafè Centrale. Rispetto al pranzo sedie e tavolini sono stati spostati, creando un ampio spazio; all’ingresso ed attorno composizioni di fiori e ceste di mele decorative, al centro botti di vino sparse sono i tavoli di appoggio. Molto bello. Nel frattempo un DJ set crea grande atmosfera.
Al bancone sono in bella vista bottiglie di Pinot Nero del 2023 di varie cantine della zona. Il cameriere gentilmente mi fa assaggiare un bicchiere di Abtei Muri Riserva, appena eletto miglior Pinot Nero d’Italia; è ovviamente buono ed intenso, anche se non sono un intenditore. Lo accompagno formaggio e stuzzichini prima, sorseggiandolo piano piano. Mi viene offerto un altro bicchiere, poi portano risotto al Pinot Nero per tutti. Così il tempo scivola via, chiacchierando e godendosi il momento.

2.6 L’ora blu di Egna

Egna nell’ora blu è incantata!

Ad un certo punto scende l’ora blu che avvolge tutto il borgo. Così lascio il bar e gironzolo tra le due vie principali. Girano poche persone: praticamente il borgo è tutto per me e scatto foto fantastiche. Infatti il crepuscolo rende incantata Egna: i piccoli lampioni retrò proiettano luce gialla che illumina a mala pena le facciate, ma mostra bene i portici e le strade. Così gli scorci vengono esaltati ed il fascino antico aumentato. Spariscono i dettagli delle facciate sotto la grande volta di mille sfumature blu, ma Egna sembra magica. Mi accorgo anche che sul monte la piccola chiesa di San Michele di Mazzon è illuminata e spicca nel buio.
Questi sono i momenti speciali per fotografare e che vorresti non finissero più!

2.7 Dove dormire a Egna

La camera dell’Hotel Andreas Hofer

Scende la sera. Dove dormire a Egna? In via Andreas Hofer un palazzo storico è stato trasformato nell’Hotel Andreas Hofer, proprio accanto a dove il patriota era imprigionato. Stranamente quello è l’ingresso secondario, perché il principale è in via Vecchie Fondamenta; questo succede perché gli edifici di Egna hanno facciate strette, ma sono lunghissimi internamente. Il piano terra ricorda un comune albergo, mentre il fascino antico di un palazzo di 500 anni si nota nei piani superiori, dove ammiri mobilio antico, dipinti, tappeti, porte dipinte ed oggetti tradizionali. Al contrario la mia camera è abbastanza spartana, moderna ed ampia; c’è tutto il necessario per dormire e rilassarsi. Come tipico anche dell’Austria, sul letto c’è solo il copriletto ed il piumino ripiegato, ma oramai sono abituato.

Cena al ristorante dell’Hotel Andreas Hofer

La cena nel ristorante dell’Hotel Andreas Hofer

Nei dintorni di Egna ci sarebbe stato altro da vedere, come l’Ospizio di San Floriano, la chiesa di Villa o il sentiero del Durer, ma in un giorno non si può visitare tutto. Oramai è ora di cena, così scendo a mangiare al ristorante dell’Hotel Andreas Hofer che si trova a piano terra, vicino alla via storica. Il menù unisce la cucina altoatesina alla cucina italiana e mediterranea. Attenzione: qui si mangia presto: bisogna presentarsi prima delle 21:00. 
Visto l’aperitivo fatto al Pinot Nero party, decido di fare una cena leggera. Ordino solamente una wiener schnitzel con patate saltate e mirtilli accompagnata da una birra Weiss. Ma quando me la portano è enorme! Seppure sia buona (meglio di quella di Vienna), non riesco a finirla. Il tocco mitteleuropeo della marmellata di mirtilli però è sempre un grande piacere. Infine torno direttamente in camera a riposare. 

 

3. Glorenza / Glurns

Glorenza è uno dei borghi più belli d'Italia in Alto Adige
Il fascino di Glorenza

A pochi chilometri dal confine con l’Austria e con la Svizzera c’è un altro dei borghi più belli d’Italia dell’Alto Adige: Glorenza / Glurns. Si trova in alta Val Venosta, famosa per il celebre campanile immerso nel Lago di Resia; Glorenza è vicina.
Si raggiunge in treno, cambiando a Bolzano e passando Merano. Che paesaggi montuosi straordinari ha la Val Venosta! Dai finestrini osservo la punta delle alte montagne ancora innevata, mentre boschi e prati sono verde intenso. Panorami alpini mozzafiato. Nella vallata vaste coltivazioni di mele si alternano alle belle case dei paesini, tutte con aiuole decorate da fiori colorati; anche un piccolo cancello in legno è un dettaglio pittoresco. Nei centri storici ammiri campanili appuntiti e dipinti sulle facciate degli edifici: puro stile alpino. Soprattutto ti sorprende che spuntano malghe sui monti e castelli sui rilievi, come il castello di Castelbello o lo splendido Castel Coira a Sluderno.

3.1 Storia di Glorenza

Glorenza è un borgo murato da vedere in Alto Adige
Le mura di Glorenza, simbolo del borgo 

L’alta Val Venosta ha sempre avuto un’economia vivace. Nell’Età del Bronzo vicino a Stelvio trovarono miniere di rame. Passava da qui pure la Via Claudia Augusta dei Romani.
Dove già esistevano insediamenti agricoli, nel 1163 fu fondata ufficialmente Glorenza. Divenne città nel 1304: era la 7ª città più importante del Tirolo, perché aveva il diritto di commerciare l’oro bianco di Hall (in Austria), ovvero il sale delle miniere di salgemma. Quindi dal 1304 al 1499 ebbe uno sviluppo eccezionale: era uno snodo cruciale per Bormio e la Pianura Padana. La battaglia della Calva (1499) cambiò tutto: gli Svizzeri vincitori bruciarono Glorenza. Come risposta, Glorenza rinacque su base rinascimentale, circondata dalle mura, terminate nel 1580. Successivamente la città si impoverì per varie catastrofi: peste petecchiale, 5 incendi (ultimo nel 1908), frane ed alluvioni, ma soprattutto l’incendio dei Francesi (1799).
Dal 1972 iniziò il risanamento di Glorenza col recupero degli edifici. 

3.2 Prima impressione di Glorenza

La tranquilla via principale di Glorenza in Alto Adige
La tranquilla via principale di Glorenza

La prima cosa che ti colpisce arrivando a Glorenza sono le mura, intatte attorno al centro storico. È inconsueto trovarle: sono le uniche dell’area alpina, perché altrove furono abbattute. Originali del Cinquecento, hanno impiegato 80 anni a realizzarle; praticamente sono coeve a quelle della mia Bergamo Alta. Questo rende il borgo subito affascinante. L’alta Torre di Sluderno è la porta d’ingresso, che divide prati ed edifici moderni da quelli antichi dentro le mura; ha degli affreschi sulla facciata e mi ricorda Finalborgo in Liguria.
All’interno trovi vie tranquille: del resto nel borgo abitano 450 abitanti. Però formalmente sarebbe una città… ma non riesco a considerarla tale. La pace regna per 3 stagioni all’anno, mentre d’estate è più vivace per i turisti o ciclisti che percorrono la ciclabile che scende dal lago di Resia, che passa fuori le mura accanto al fiume Adige; è la grande attrazione della zona.

3.3 Pranzo all’Osteria Steinbock

Cordon bleu dell’Osteria Steinbock a Glorenza
Il cordon bleu dell’Osteria Steinbock

L’arrivo in alta Val Venosta richiede tempo: come detto siamo in un angolo dell’Alto Adige. Visto che qui sono abituati a mangiare presto, è già ora di pranzo; perciò mi fermo all’Osteria Steinbock (Wirtshaus Steinbock in tedesco e su Google) che significa lo Stambecco. Il menù prevede cucina alpina, con ingredienti locali legati alla tradizione, ma con uno sguardo innovativo. Il proprietario e chef Thomas Ortler è nativo di Glorenza; è stato premiato come “Migliore giovane chef 2023” da Falstaff ed ha già scritto diversi libri. 
Prendo un piatto del giorno: pasta fatta in casa con ragù d’agnello e schiuma di aglio orsino e da bere birra non filtrata locale. Come secondo piatto cordon bleu di vitello nostrano impanato e fritto nel burro chiarificato, insalata di patate e mirtilli rossi; batte nettamente quello di Basilea. Pranzo esaltante, uno dei migliori in tutti i miei viaggi. Ristorante assolutamente da consigliare.

3.4 Dove dormire a Glorenza

La mia camera dell'Hotel Flurin a Glorenza (BZ)
La mia camera dell’Hotel Flurin

La stessa proprietà possiede l’antica torre Flurin, l’edificio più antico di Glorenza; risale al Duecento ed è di fronte. Originariamente era più alta: l’incendio appiccato dai Francesi (1799) ha distrutto i tre piani più alti, perciò da fuori non sembra una torre: è tozza. Fu un tribunale, prima di diventare una prigione fino al 1931. Flurin era il nome di un giudice del Trecento.
Ultimamente è stata proprietà di un falegname, di cui vedi una foto nel ristorante a piano terra. Dal 2018 un restauro l’ha trasformata nell’Hotel Flurin con 6 sole stanze, ma suite. Infatti hanno preferito mantenere gli ambienti interni come erano, così come hanno tenuto la pietra a vista originale dove c’era.
Le aree comuni sono in stile contemporaneo, ben curato. La mia camera 1799 è enorme, stilosa e con dettagli curati; su tutti l’affresco sbiadito sopra al letto. Un muro nasconde l’area bar e bagno.

La visita della torre Flurin

Vista sui tetti di Glorenza dall'Hotel Flurin
Vista sui tetti di Glorenza dall’Hotel Flurin

L’hotel è magnifico, uno dei migliori in cui sia mai stato. Thomas Ortler mi accompagna a visitarlo, con grande orgoglio. Che persona brillante: ha studiato storia (come me) a Vienna e Berlino. Lì ha capito la passione per la cucina ed è tornato a casa, aprendo il ristorante e l’hotel. Lo trovi nel ristorante/bar a piano terra, dove fai anche colazione. La filosofia anti-spreco è chiara: non c’è buffet, ma la sera prima ti chiedono cosa vuoi trovare. Anche qui utilizza prodotti locali; però c’è anche un tocco fusion: la cucina è incontro di culture per Thomas.
Gli studi storici emergono dal nome delle stanze: sono le date di eventi salienti della storia di Glorenza. La porta della reception è ancora quella del carcere. Nell’ultimo piano organizzano eventi speciali: sei nello splendido sottotetto in legno a vista; una terrazza offre la vista sui tetti di Glorenza e sulle montagne.

3.4 Cosa vedere a Glorenza

La Chiesa dell'Ospedale o di Nostra Signora a Glorenza
La Chiesa dell’Ospedale dall’alto

La guida locale Pietro mi accompagna a visitare Glorenza e le sue bellezze. La prima fermata è alla chiesa dell’Ospedale o chiesa di Nostra Signora (Frauenkirche in tedesco), chiamata così nonostante l’ospedale cittadino non esiste più da tempo. Si erge proprio davanti alla Torre Flurin, anche se disposta diagonalmente; infatti la vedo dalla finestra della mia camera. Fu edificata tra 1665-69, dopo un incendio che distrusse la chiesa precedente. Un campanile compatto con tetto a cipolla è sul lato sinistro. Nella facciata a capanna gli affreschi del portale ed il rosone dalla forma floreale ti ingannano: ti fa pensare allo stile gotico. Nel complesso è un angolo pittoresco e ispiratore di Glorenza.
Entrando noti che non è così antica: nella navata unica le decorazioni sono piuttosto semplici, sia statue che dipinti, anche se ricoprono in modo omogeneo le pareti e la volta. Belle le vetrate istoriate.

Via dei Portici

Passeggiando per via dei Portici a Glorenza in Alto Adige
Passeggiando per via dei Portici a Glorenza

Come ad Egna, anche Glorenza è caratterizzata da una lunga via dei Portici. Comincia proprio tra la chiesa dell’Ospedale e la Torre Flurin. Sorse dopo che nel 1291 il duca Mainardo II conte del Tirolo istituì il mercato di San Bartolomeo; gli artigiani avevano bisogno di un luogo dove esporre le merci al riparo da sole e pioggia e con magazzini vicino.
I portici sono su entrambi i lati. Non sono precisi come ad Egna: le case hanno facciate storte e disallineate… come ad Amsterdam! Aggiunge bellezza a questa via tranquilla le molte fioriere curate (che trovi in tutto il borgo), regalando uno stupendo fascino omogeneo. Le case di Glorenza sono protagoniste di un progetto di recupero che ha appena vinto un premio. Non avendo i soldi i privati, il Comune ha comprato, ristrutturato e rivenduto molte case del borgo risistemando gran parte del centro storico, mantenendo lo stile tipico.

I negozi di via dei Portici
Pani tipici dell'Alto Adige al Panificio Schuster a Glorenza
I pani tipici del Panificio Schuster

Questo intelligente progetto di recupero ha fatto rinascere Glorenza: non solo le nuove case hanno portato nuovi abitanti, ma anche nuove attività. Lo vedi bene nei negozi tipici di via dei Portici, come il Panificio Schuster (Backerei Schuster in tedesco) che vende l’apfel brot (pane di mele) e l’Ur-paarl, presidio slow food; questo formato di pane è tipico della Val Venosta, anticamente prodotto nel Convento di Monte Maria (Marienberg). Di fronte ha la Casa del Balivo con facciata decorata da due linee rossonere e dipinti, mentre proseguendo trovi il Vecchio Municipio (Altes Rathaus). Lì accanto sorge Salina Kulturcafé, un locale dove mangiare nei tavolini all’aperto, ma anche una cooperativa che vende solo prodotti biologici. Nell’affascinante locale labirintico trovi tantissimi prodotti, a partire da quelli affumicati tipici qui (come ovviamente lo speck), formaggi, confetture, mele essiccate, pane schüttelbrot, succhi di frutta (mela in primis)… Insomma offre il meglio della Val Venosta.

La Torre di Sluderno

La Torre di Sluderno a Glorenza in Alto Adige
La Torre di Sluderno vista da fuori

Parallela alla via scorre via Flora, quella principale. Qui trovi il Municipio: era la casa natale dell’artista Paul Flora. Sul fondo spicca la Torre di Sluderno, porta d’ingresso orientale del borgo. Possente e con tetto a punta, all’interno noti un motto fascista sbiadito; anche così il fascismo cercò di diffondersi. Uscendo vedi la parte più bella, con grande dipinto con stemmi degli Asburgo, Glorenza, Tirolo e Austria.
La Torre di Sluderno è visitabile: una mostra racconta la storia di Glorenza. Su 3 piani, trovi tante fotografie e pannelli informativi o reperti che parlano di mercanti, professioni antiche, categorie sociali e gli eventi fondamentali della città; le date salienti sono sotto il tetto in legno della torre. Così scopri che era 7ª città più importante del Tirolo (su 18), usava la moneta del ducato di Milano, vendeva tantissimo grano e qui nel 1496 Ludovico il Moro s’incontrò con l’imperatore Massimiliano I.

Il cammino di ronda e le mura

Cosa fare a Glorenza? Salire sul cammino di ronda
Vista dal cammino di ronda di Glorenza

La battaglia della Calva del 1499 fu cruciale. I 12.000 soldati dell’imperatore Massimiliano I furono sorpresi dagli Svizzeri che scesero da un passo secondario, prendendoli alle spalle ed ammazzandone 5000 circa. Come conseguenza, bruciarono e distrussero Glorenza. L’imperatore volle ricostruirla immediatamente, dotandola di mura per proteggerla. Costruite in 80 anni, sono quelle che vedi ora: le mura hanno un perimetro di 1300 metri e un’altezza di 10 metri. Formano un rettangolo, seppure impreciso. All’esterno puoi passeggiarci totalmente, mentre all’interno trovi alcune case addossate.
Però visitando la Torre di Sluderno puoi salire sull’unico tratto percorribile del cammino di ronda. È tutto in legno, rinnovato e sicurissimo da percorre. Nella prima parte sfiora le scuole di Glorenza; riqualificate da poco, è anche un’area eventi: Alvaro Soler ci ha fatto un concerto! Dal cammino di ronda ammiri super viste sul borgo e le imponenti montagne attorno, con ancora una spolverata di neve.

Il fascino rustico di Glorenza

Pecore in una stalla nel borgo di Glorenza in Sudtirol
Pecore in una stalla nel borgo

Rientrando nel borgo prendiamo a sinistra via San Pancrazio, quella più a sud. Qui tra le case scopri il fascino rustico di Glorenza. Regna la tranquillità. Sanpietrini per terra, antichi portoni e piante vicino alle case. Molte avevano fienili e stalle in legno; la guida ricorda vacche che rientravano sole da pascoli e raggiungevano autonomamente la loro stalla. Ora queste strutture sono state riadattate, ma sbirciando in una finestra ecco alcune pecore
Sull’altro lato l’antico lavatoio è all’ombra di secolari ed enormi alberi di pere pala; tipiche della zona, sono molto dolci ed hanno una festa dedicata. Sotto le fronde c’è il Mulino del 1330 ma usato fino al 1962 (Stadtmühle). Sfrutta le acque dell’Adige che scorre vicino ed ha una grande ruota in legno, ora senza acqua. Restaurato da poco, potrebbe funzionare senza problemi ma manca un mugnaio; perciò è tutto fermo ed è visitabile in certi eventi.

Porta di Taufers

Opera della mostra di Paul Flora a Glorenza (Alto Adige)
Un’opera della mostra di Paul Flora

Via Conciapelli segue l’interno delle mura, con alcune torri ben visibili che regalano scorci interessanti. In totale le mura di Glorenza hanno 7 torri con 3 porte.
Poco avanti ecco la Porta di Taufers (o di Tubre), simile all’altra; qui la strada le scorre accanto, col percorso di ronda in legno sospeso. Alla base trovi il centro informazioni di Glorenza. Invece i piani superiori ospitano una mostra permanente sull’artista Paul Flora; aperta nel 2011, ha 60 opere originali comprate dal comune. Nativo di qui, poi si trasferì con la famiglia a Innsbruck. Illustratore, fumettista e grafico, Paul Flora era famoso per le caricature, spesso legate alla tradizione; ad esempio disegnava spesso i corvi, un simbolo locale. Però c’è anche un Arlecchino a cavallo (1955) e un bel disegno dell’albero delle lettere. Adoro il tono satirico. Infine diverse opere su Venezia, di cui era cittadino onorario; anche una con Thomas Mann. 

La chiesa di San Pancrazio

Chiesa di San Pancrazio, Glorenza / Glurns, Alto Adige
Vista della chiesa di San Pancrazio dalla torre

Dal secondo piano della torre, prima d’entrare nella mostra, hai stupende viste sul borgo e la chiesa oltre l’Adige. Quest’ultima la raggiungi seguendo la strada fuori dal borgo: prima passi la ciclabile che giunge dal Lago di Resia, poi un caratteristico ponte in legno. Isolata dal borgo, la chiesa di San Pancrazio (patrono degli agricoltori) è citata per la prima volta nel 1227; dell’epoca rimane solo il campanile romanico, seppur sormontato da una cupola barocca a cipolla. Alla sua base compare un affresco stupendo del Giudizio Universale di scuola tedesca. L’interno della chiesa ha subito molte modifiche nel corso degli anni, ma non sono riuscito a visitarlo.
Però attorno ho ammirato il piccolo e grazioso cimitero, con tombe ordinate e dal fascino retrò. Nonostante abbia fatto carriera all’estero, Paul Flora ha voluto essere sepolto a Glorenza; morto nel 2009, la tomba è davanti all’ingresso della chiesa: ha due corvi raffigurati.

Piazza Città

Scorcio di Piazza Città a Glorenza con l'Albergo Albero Verde
Scorcio di Piazza Città con l’Albergo Albero Verde

Rientro nel borgo. Davanti alla Porta di Taufers capeggia la Porta di Malles, praticamente gemella. A metà invece incontro la Piazza Città (Stadt platz), la piazza principale con fontana al centro e qualche albero che fa ombra. Attorno spiccano palazzi antichi dalle forme particolari ed irregolari, con dettagli da cogliere; ad esempio il Belvenu Boutique Hotel è nella “Casa Alta”, edificata come monastero gotico e poi trasformata in palazzo nel Cinquecento; dal 1880 è un hotel. Accanto un altro hotel storico, l’Albergo Albero Verde (Grüner Baum in tedesco), con facciata merlata e decorata; l’interno ha fascino retrò con stube di 300 anni.
Sempre in piazza, tra qualche negozio e bar, trovi anche la Casa Fröhlich con erker magnifico sull’angolo della residenza nobiliare cinquecentesca; accanto ha disegnata una meridiana (ma senza bastone, quindi non segna nulla). Persone, ciclisti e fioriere colorate rendono l’atmosfera piacevole e rilassata. È il salotto del borgo.

Attorno alla Porta di Malles

Scorcio di Glorenza in Alto Adige con casa romanica
Scorcio di Glorenza con una casa romanica

Dalla piazza parte la via dell’Argento (Silbergasse), che prima del 1499 era fuori dalle mura. Qui puoi passeggiare piacevolmente, osservando case pittoresche e tranquille. La casa al numero 1 con finestre piccole è tipica romanica. Nell’angolo la dimora antica con una torre in pietra è chiamata Castel Glorenza; era una residenza nobiliare inserita poi nella mura cittadine. Continuando oltre vedi una vite arrampicata sopra un’altra casa romanica nello stile dell’Engandina, in Svizzera. Infine incontri proprio le alte mura in pietra, con altre viti arrampicate addosso.
Costeggiandole raggiungi la Porta di Malles, terzo ingresso del borgo. All’esterno c’è un segno a 2m d’altezza: lì arrivò l’acqua del lago di San Valentino nel 1855! Infatti non servirono a scopi militari, ma le mura salvarono Glorenza dall’alluvione chiudendo le porte, mentre le località attorno furono distrutte. Comunque fece grandi danni: un parroco di New York nativo di Glorenza raccolse soldi per la ricostruzione. 

3.5 Cena

I maccheroni dell'Osteria Steinbock a Glorenza (BZ)
I maccheroni dell’Osteria Steinbock

Il crepuscolo conferisce ancora più fascino e tranquillità. I polpacci cominciano ad essere affaticati; Glorenza è in piano, ma mi sono stancato salendo e scendendo da torri e scalinate. Per fortuna è ora di cena: qui in Alto Adige alle 19:00 è già un ottimo orario per entrare al ristorante. Torno all’Osteria Steinbock, che peraltro è al centro del borgo, a un passo dalla Piazza Città. Stavolta assaggio un primo piatto (ridotto) di maccheroni al Sig. Pastore (pasta fatta in casa, ragù di carne, funghi, piselli e speck della locale macelleria Mair), poi guancia di suino nella sua salsa, polenta Storo e coleslaw (insalata americana). Molto buono anche stasera, soprattutto il secondo.
A fine pasto mi propongono di assaggiare il whiskey, perché vicino a Glorenza c’è la prima distilleria di whisky aperta in Italia. Però voglio dormire tranquillo: faccio un rapido giro notturno e torno nella magnifica stanza dell’hotel Flurin.

 

4. Chiusa – Klausen

Uno dei borghi più belli d’Italia in Alto Adige è Chiusa
Vista di Chiusa sul fiume Isarco

Ancora i paesaggi straordinari della Val Venosta mi riportano a Bolzano, poi col treno che proviene da Bologna raggiungo il terzo dei borghi più belli d’Italia in Alto Adige: Chiusa (Klausen in tedesco).
È un punto totalmente diverso del Sudtirol, nella valle del fiume Isarco che risale verso Bressanone ed il Brennero. trovi Sulla sponda sud del fiume trovi la “Pietra di Dürer”, punto panoramico da cui il pittore tedesco dipinse Chiusa nel 1494; testimonia che fosse un passaggio fondamentale per raggiungere l’Italia. Sempre su questa sponda c’è la stazione, mentre il borgo è dall’altra parte; perciò per arrivarci attraverso il Ponte S. Cassiano che regala una magnifica vista sul fiume vivace tra gli alberi delle sponde e sul fondo la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, emblema di Chiusa con l’alto campanile appuntito.
Come a Glorenza, anche a Chiusa la grande maggioranza delle persone parla tedesco: il 90% degli abitanti.

4.1 Storia di Chiusa

Modellino di Chiusa nel 1830 nella chiesa degli Apostoli
Modellino di Chiusa nel 1830 nella chiesa degli Apostoli

Il nome “chiusa” spiega molto. Il borgo sorge in una gola naturale del fiume Isarco, tra rocce e un monte incombente abitato sin dall’antichità. Questo passaggio obbligato nel Medioevo divenne una dogana, difesa da due fortificazioni, mentre il monte di Sabiona tra 800 e 1000 fu sede vescovile. La crescita del commercio tra mondo latino e germanico fu grande: perciò nel 1308 divenne una città, seppur minuscola. Tra 1350 e 1550 fiorì anche per le miniere circostanti e raggiunse il massimo splendore. La rocca di Sabiona, colpita da un fulmine, nel 1686 rinacque come monastero di Sabiona, centro spirituale fondamentale per il Tirolo e sede di pellegrinaggi.
Dopo un periodo difficile, nel secondo Ottocento l’apertura della ferrovia del Brennero riportò prosperità e turismo, anche per la notizia (errata) di essere la città natale di Walther von der Wogelweide. Così fino al 1914 diventa una cittadina degli artisti (Künstlerstädtchen in tedesco). 

4.2 Visita di Chiusa

La Porta di Bressanone, ingresso storico di Chiusa
La Porta di Bressanone, ingresso storico di Chiusa

Oltre il ponte incontri un lungo parcheggio per auto: è Piazza Mercato, dove anticamente sorgeva una porta-torre che riscuoteva il dazio della dogana per attraversare la cittadina; essendo l’unico accesso, se non pagavi non passavi. Un muro chiudeva il passaggio fino al fiume. Ora in piazza trovi il Centro informazioni turistiche di Chiusa, dove prendere una mappa e ricevere consigli utili per la visita. Accanto sulla sinistra vedi l’abside gotico di una chiesa con un arco accanto: questa è la Porta di Bressanone, l’ingresso del borgo. Sopra l’arco una statua di di San Giovanni Nepomuceno (che mi ricorda Praga e Chiavenna), mentre un’opera d’arte moderna è nel piccolo giardino vicino: secondo me è rivedibile. 
La guida Maria Gall Prader mi raggiunge per accompagnarmi ad ammirare tutte le bellezze e raccontarmi i segreti di Chiusa.

La chiesa degli Apostoli

Altare maggiore della chiesa degli Apostoli di Chiusa
L’altare maggiore della chiesa degli Apostoli

Leggere sotto l’arco il cartello “Città Alta Oberstadt” mi riporta alla mia Bergamo Alta. Appena lo attraversi trovi l’ingresso della Chiesa degli Apostoli di metà Quattrocento, costruita dal mastro-architetto Jörg. Ha una sola navata, con muri bianchi sui lati e uno splendido altare barocco, chiuso da una cancellata. Mi colpisce un grande crocifisso ligneo. Invece le vetrate colorate nell’abside non sono simmetriche: a sinistra sono sorprendentemente monche o totalmente mancanti. Però il gioiello della chiesa è sul fondo: un presepe del 1900 del maestro Valentin Gallmetzer (ed ex sindaco) con Chiusa rappresentata attorno al 1830; vedi il ponte coperto e la Porta di Bolzano con torre alta ed orologio, abbattuta nel 1835. Si capisce che era la città più piccola del Tirolo e che era formata da un’unica lunghissima via tra le due porte, con la chiesa accanto al fiume ed il quartiere degli artigiani oltre le mura.

Via Città Alta

Camminando in via Città Alta a Chiusa / Klausen (Sudtirol)
Camminando in via Città Alta

L’unica via che attraversa Chiusa esiste ancora: è via Città Alta. Non procede perfettamente diritta, ma serpeggiante; ciò regala fascino e mistero, oltre a scorci interessanti. Molti palazzi risalgono al tardo Medioevo: è il motivo per cui non sono perfettamente perpendicolari, ma inclinati (come Amsterdam). Spiccano gli erker, le finestre tipiche del mondo germanico che spesso decorano ed abbelliscono le facciate. I dettagli sono magnifici: sia affreschi e stemmi dipinti come quelli dei vescovi impressi all’esterno dell’Antica Dogana Vescovile, sia insegne in ferro battuto che segnalano le attività di un tempo; qui il pensiero va a Salisburgo.
Subito incroci il Municipio (Rathaus) sulla sinistra. Più avanti l’Albergo Walther von der Vogelweide con frontone merlato, poi a destra l’ex Albergo Agnello (Zum Lamm), ora un fiorista: perciò regala un bell’angolo, così come una farmacia poco oltre. La via gira a destra regalando uno scorcio colorato, infine diritta tra altri palazzi pittoreschi.

La Sala Walther

La Sala Walther è da vedere a Chiusa in Alto Adige
La coloratissima Sala Walther

Cosa servono le visite guidate? A farti scoprire le gemme nascoste, che sicuramente da solo non ammireresti. Me lo dimostra subito Maria, portandomi nel palazzo dell’ex Albergo Agnello, ancora con insegna dorata stupenda; questo vecchio ristorante ed albergo fu menzionato la prima volta nel 1490!
Per entrare qui hai bisogno delle chiavi. Ora ospita abitazioni, ma al primo piano c’è la Sala Walther (Walthersaal), una sala comunale usata per le riunioni. Cosa ha di speciale? È tutta ricoperta di dipinti! Nel 1874 si sostenne che il grande poeta medievale Walther von der Vogelweide fosse nato qui: perciò si creò a Chiusa una colonia di 300 artisti, portati dalla nuova ferrovia; arrivarono pure scienziati e studiosi vari come geologi. Proprio quegli artisti dipinsero questa sala, contro la volontà dell’oste proprietario. I dipinti sono coloratissimi ed in stile neogotico: è raffigurata anche Chiusa ed il poeta, copia della sua classica iconografia.

La Chiesa di Sant’Andrea Apostolo

La Chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Chiusa (BZ)
All’interno della Chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo

La via Città Alta termina con la Pfarrplatz, Piazza Parrocchia. Prende il nome dalla Chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, simbolo di Chiusa con l’alto campanile appuntito. La chiesa è considerata una delle chiese gotiche più belle dell’Alto Adige; di fine Quattrocento, è in stile tardo gotico dell’architetto Weibhauser, che progettò anche la parrocchiale di Bressanone.
L’esterno è sobrio: solo i due portali sono scolpiti e decorati, quello principale anche da affreschi. L’interno è ricco e suggestivo per le vetrate istoriate colorate; domina lo stile gotico, ma con aggiunte barocche. L’altare principale è invece neogotico, perché quello più antico è stato portato via (ora è a Londra). Anche il dipinto di Sant’Andrea è scomparso con Napoleone, ma sono rimaste le due pale barocche ai lati con la Madonna e il Battesimo di Cristo. Stupende le decorazioni sui lati, come il pulpito in legno intagliato e dorato e la Deposizione scolpita da Hans Reichle del Seicento (che ricorda Rubens). Di fronte una coppia di sculture quattrocentesche: è l’Incoronazione della Vergine di Leonardo di Bressanone.

Attorno alla chiesa

Scorcio del campanile tra le case di Chiusa (BZ)
Scorcio del campanile tra le case

Addossato sotto al campanile osservi una Deposizione di Cristo in bronzo dorato della famiglia Jenner; era un epitaffio: tutta la famiglia è sepolta in questa cappella esterna. L’autore Josef Wassler scolpì, dipinse e dorò i personaggi.
Trovi altre steli ed epitaffi sulla chiesa, così come di fronte vedi un grande crocifisso ligneo appeso; quella è la Cappella della Cripta del 1439.
Verso il fiume si erge invece la Torre del Sagrestano. Il punto migliore per osservarla è oltre il moderno Ponte Sant’Andrea, non più coperto come nel presepe visto prima; dall’altro lato del fiume Isarco hai una stupenda vista della Chiesa di Sant’Andrea con l’alto campanile con orologio, gli edifici accanto e Castel Branzoll dietro; invece sulla destra osservi il monastero di Sabiona sul monte. Sfrutta i vasi di fiori del ponte per belle foto.
Altro punto fotografico imperdibile è via Tintori, dove puoi incorniciare il campanile tra le case.

Città Bassa e Tinnerplatz

Chiusa è uno dei borghi più belli d'Italia in Alto Adige
Passeggiando in Unterstadt Città Bassa

Dalla chiesa parte Unterstadt Città Bassa, breve via con facciate colorate decorate da erker, affreschi, bassorilievi ed insegne in ferro battuto: è il tratto più bello e pittoresco di Chiusa. Notevoli in particolare la Spanglerhaus, il Caffè Nussbaumer con piccoli tavoli fuori, l’ex Albergo Orso Grigio e la Künstlerstübele (Stube degli artisti).
Come detto la Porta di Bolzano con torre ed orologio fu abbattuta nell’Ottocento, quindi sfoci direttamente in Tinnerplatz (Piazza Tinne), che prende il nome dal torrente che scorre oltre. La piazza è ariosa, circondata da vecchi alberghi; alcuni sono ancora in attività: i più belli sono l’Albergo al Cervo di fronte con facciata rossa abbellita da dipinti e l’Hotel Posta a sinistra, dietro a qualche albero. Proseguendo trovi il ponte sul torrente Tinne, che regala una magnifica vista su Castel Branzoll e monastero di Sabiona; oltre l’ex convento dei Cappuccini ora ospita Museo Civico e Biblioteca Civica.

Il quartiere degli artigiani

L'Albergo al Cervo in Tinnerplatz a Chiusa (Alto Adige)
L’Albergo al Cervo in Tinnerplatz

Attorno a Tinneplatz si distende il quartiere degli artigiani, ancora oggi con chiari toponimi: vedi via dei Conciatori, via Molini e via Tintori. Qui gli artigiani lavoravano aiutati dall’acqua del torrente e del fiume Isarco, commerciando coi mercanti di passaggio in questo punto obbligato dell’Alto Adige. Pensa che la dogana prendeva il 25% del valore della merce! Queste vie sono da girare con curiosità.
Se guardi bene, tra le vie trovi degli antichi passaggi antincendio; un’ordinanza prevedeva vasche d’acqua sempre pronte. Per tutto ciò Chiusa non subì mai incendi. Via Molini regala un angolo delizioso, con casa gialla ad angolo; sopra il portone il simbolo di un fabbro che ha lavorato qui fino agli anni ‘90. Sento il rumore dell’acqua: infatti sotto passa una roggia interrata che era connessa ai mulini che danno il nome alla via. La roggia passava accanto alla Porta di Bolzano, che aveva un ponte levatoio.

Due locali speciali della zona
Il Ristorante Pizzeria Torgglkeller a Chiusa / Klausen
All’interno del Ristorante Pizzeria Torgglkeller

La roggia è tuttora visibile in punto, decorato da con curiosa scultura in ferro e pietra di un uccello; quel punto è tra e dentro due locali speciali di Chiusa.
Il primo è il Ristorante Pizzeria Torgglkeller. Era una cantina dove i contadini del vigneto sul monte si trovavano per assaggiare il vino; attorno al 1960 la signora cominciò ad offrire salumi, formaggi e pane secco per non farli ubriacare… così è diventata una piccola osteria. Andando bene, si sono allargati aprendo una famosa pizzeria con pizzaiolo napoletano.
Purtroppo non assaggio nulla, ma ammiro l’interno super pittoresco e romantico: hanno creato vari tavoli nelle botti, ci sono pelli di animale sulle panche e tanti oggetti antichi in rame appesi tutt’intorno. Sembra un piccolo museo contadino. L’atmosfera soffusa conferisce fascino. La restante parte del locale è più classica: una stube in legno chiaro con la roggia che vedi scorrere a terra.

Birreria Gass Brau
La Gassl Bräu di Chiusa, una delle migliori birrerie artigianali d’Italia.
Brindisi alla birreria Gassl Bräu

Accanto trovi la Gassl Bräu, una birreria artigianale e ristorante con graziosi tavoli all’aperto fuori con tocco di colore verde; mi ricorda Basilea. Aperta dal 2005, è una delle migliori birrerie artigianali dell’Italia, segnalata anche nella guida Slow Food. Perciò il locale è sempre pieno, seppur grande: persino i ciclisti si fermano.
Anche qui l’interno è molto curato ed affascinante, con divanetti eleganti e sedie in legno; ma spicca il colore del rame, usato per i lampadari, ma soprattutto delle campane per bollire la birra come quelle viste nel birrificio in Boemia Meridionale. Come per il ristorante, il proprietario e sommelier di birra Norbert Andergassen fonde la tradizione tedesca al tocco altoatesino: perciò trovi birre classiche accanto a birre speciali con ingredienti unici come quella al basilico o alla castagna.
Io come aperitivo scelgo una birra rossa che ha vinto il 1º premio a Bolzano quest’anno. Intensa e corposa. 

Il Lungo Isarco

Cosa vedere a Chiusa / Klausen? L’Eisackpromenade
Case e giardini lungo l’Eisackpromenade

Abbiamo detto che il borgo di Chiusa era attraversato da una sola via. Questo anticamente, quando le case avevano magnifici giardini che si estendevano fino al fiume Isarco. Rendevano famosa Chiusa e ad occuparsene erano le donne. Poi ad inizio Novecento è stata costruita l’Eisackpromenade (la passeggiata Lungo Isarco) che ha ridotto di 1/3 la loro estensione. Comunque tuttora sono curatissimi e pieni di fiori: sembrano giardini da esposizione di una fiera! Spesso anche i terrazzi sono decorati con vasi di fiori. Peraltro alcune sono case strettissime: la più piccola è di pochi metri.
Tutto ciò regala scorci stupendi con le case colorate ed il monastero dominante in cima al monte. Che luogo bucolico col suono del fiume e queste viste!
Incontri anche due luoghi importanti: accanto al Ponte Sant’Andrea la Casa della Bilancia, azzurra, dove controllavano il peso della merce. In fondo invece la scuola, sempre di inizio ‘900.

4.3 L’Hotel Walther von der Vogelweide

L'Hotel Walther von der Vogelweide, dove dormire a Chiusa
La facciata verso il fiume dell’Hotel Walther von der Vogelweide

Quasi al termine della passeggiata – poco prima della scuola – c’è l’altro ingresso dell’Hotel Walther von der Vogelweide, un luogo speciale di Chiusa. Questo luogo era una locanda già nel Trecento e forse era l’albergo più antico della cittadina. Prende il nome dal più grande cantore dell’amore di area germanica, a cui è dedicata la piazza principale di Bolzano. Dal Lungo Isarco vedi un suo dipinto sulla facciata e l’edificio con merlature sul tetto, oltre allo splendido dehors esterno abbellito da ortensie. Peraltro il “giardino di Walther” era un luogo popolare tra gli artisti di fine Ottocento, mentre in origine era un bagno pubblico per i cittadini di alto rango.
Importanti lavori recenti lo hanno ingrandito e hanno fatto riscoprire tracce di affreschi, che vedi nella zona ristorante. Lì sono esposti anche quadri di 4 artisti di Chiusa. Infatti il giovane proprietario Simon sta creando un art hotel: all’ingresso c’è un’opera di Eric Perathoner, mentre sparse ammiri fotografie di Jasmine Daporta, artista contemporanea della val di Funes. Al secondo piano ha installato due copie di quadri di Dürer che raffigurano Chiusa.

Pranzo nel ristorante dell’hotel

Canederli di ricotta, fragola e vaniglia, Hotel Walther von der Vogelweide
Il dessert del ristorante dell’Hotel Walther von der Vogelweide

Ho la fortuna di soggiornare all’Hotel Walther von der Vogelweide, ma prima di pranzare nel ristorante dell’hotel. D’estate è magnifico mangiare nella grande terrazza/giardino all’esterno, con vista sulla Passeggiata Lungo Isarco e fiume. Io preferisco rimanere all’interno nei locali antichi, come la stuben con archi a tutto sesto, pareti totalmente bianche e pavimenti in legno; grande fascino, nonostante il restauro recente. 
Il profumo delle pizze che i camerieri portano è delizioso: quasi irresistibile. Ciò nonostante ordino un piatto della tradizione alpina: tagliolini al ragù di cervo e mirtilli rossi. Magari esteticamente non è superbo, ma la salsa è deliziosa e la crema di mirtilli esalta il gusto. L’ho divorato: ho scelto benissimo! Per concludere alla grande il pasto prendo un dessert, anche questo molto altoatesino: canederli di ricotta, fragola e salsa di vaniglia, fatti in casa. Impiegano un po’ a portarmeli perché sono fritti al momento, ma sono buoni. 

4.4 Il Monastero di Sabiona

Castel Branzoll svetta sulle case di Chiusa in Alto Adige
Castel Branzoll svetta sulle case di Chiusa

Un motivo per visitare Chiusa è il Monastero di Sabiona, che domina l’abitato dall’alto di una rupe. Vista la stretta gola del fiume Isarco in valle, 200m più giù, quello era un punto militare importante. Ma ci credi che tra 800 e 990 il monte di Sabiona fu sede vescovile? Fu anche meta di pellegrinaggi dal 1027. Poi i vescovi scelsero la più comoda Bressanone. Rimase una rocca vescovile, distrutta nel 1533 da un fulmine e perciò abbandonata: il rappresentante vescovile scese a Castel Branzoll, mandando il giudice a risiedere a Chiusa. Nel 1686 Matthias Jenner fece riparare le rovine per fondare il monastero benedettino di Sabiona, accogliendo monache provenienti da Salisburgo. Soprannominato “l’Acropoli del Tirolo”, divenne un centro spirituale fondamentale della regione.
Le monache hanno abitato il convento fino al 2021: rimaste in 3, sono state trasferite. Dal 2023 ci vivono un gruppo di monaci cistercensi provenienti da Vienna.

La salita

Angolo di Chiusa dove parte il sentiero per il monastero di Sabiona
L’angolo pittoresco dove parte il sentiero per il monastero di Sabiona

Un sentiero collega Chiusa al monastero di Sabiona. Comincia da un angolo pittoresco con crocifisso e una rosa dai fiori rossi, vicino alla Gassl Bräu. Un cartello segnala un QR code che spiega i 10 punti salienti del percorso, ma io salgo con Maria la preparatissima guida. I primi gradini dolci sono un’illusione: il percorso sale ripido subito. La prima parte però è piacevole: passi accanto ai piccoli giardini delle case, con accesso… sul tetto! È una cosa tipica qui. Questo tratto regala belle viste su Chiusa e la chiesa che svetta, con monte verde e autostrada come sfondo.
Terminato il pezzo ripido, il sentiero si divide: a destra la passeggiata, a sinistra la Via Crucis che imbocchiamo. Due passi e appare Castel Branzoll (o Castello di Branzollo), dei giudici di Chiusa; rovinato da un incendio nel Seicento, rimane l’imponente Torre del Capitano ben visibile. Ora è proprietà privata.

La Via Crucis

La via Crucis collega Chiusa al monastero di Sabiona
Una cappella della Via Crucis con cielo azzurro

Già da qui ammiri la Chiesa di Nostra Signora sul costone ed ancora più su il monastero di Sabiona. Vedi pure la seconda cappella della Via Crucis, celebre dal 1640: da Chiusa centinaia di persone salivano in processione rappresentando scene della Passione di Cristo. Ma c’erano altri pellegrinaggi importanti, come quello dei Badioti dalla Val Badia che dal Quattrocento svolgono ogni 3 anni.
Il sentiero sale molto ripido, con Chiusa che si allontana e monti verdi a sinistra. Le cappelle sono piccole e semplici, tutte uguali; cambia ovviamente il dipinto. Alla cappella VI sento già la fatica! Lì attorno c’è un grande vigneto, dove hanno riscoperto una chiesa paleocristiana del V secolo a forma di croce: era la prima chiesa di Chiusa. Attorno hanno trovato una necropoli con 1000 tombe di reto-romani del V-VIII secolo e Bavari del V-VIII secolo. In cima al monte lavoravano la ghisa: non potevano costruire.

La Chiesa di Nostra Signora

Volta della Chiesa di Nostra Signora a Chiusa (BZ)
La volta della Chiesa di Nostra Signora

Salendo ancora incontri la Torre dei Signori, dove alloggiava il cappellano delle suore del monastero benedettino. Giri l’angolo e trovi la Chiesa di Nostra Signora, costruita con forma ottagonale nel 1652 dagli architetti Delai originari di Milano; la famiglia venne ad abitare in zona e costruirono tante chiese barocche a base centrale. Però l’esterno è semplicissimo: ha decorazioni lineari attorno ai portali e finestre. Al contrario l’interno è vivace, con altari barocchi tutt’intorno con molte sculture intagliate in legno dorato di santi e putti; l’altare principale è manierista di Rumpfer (1612). Però eccezionale è la volta, con affreschi di Stefan Kessler e stucchi meravigliosi di Francesco Carlone e Simon Delai. Mi ricorda il Santuario del Sacro Monte di Varese.
Esternamente affiancata trovi la Cappella di Santa Maria o delle Grazie (Marienkapelle), che purtroppo era già chiusa. Questa ha resti della costruzione romanica e gotica, con pregevole altare gotico intagliato.

La Chiesa del Monastero

Cancellata della Chiesa del Monastero di Sabiona (Chiusa)
La cancellata della Chiesa del Monastero

Il percorso continua all’esterno di un muro di cinta in pietra con merlature che ricorda l’antica fortezza. Passi prima un bel giardino, poi altre magnifiche viste sui paesaggi montuosi attorno e la penultima cappella della via Crucis. Incontro anche un anziano che scende.
La XIII cappella è dentro le mura del convento, che trovi dopo un tunnel. Poi sali qualche gradino ed entri nella Chiesa del Monastero, costruita per le monache. Anche qui l’esterno è semplice, l’interno più elaborato. In particolare c’è una cancellata bellissima con lo stemma della prima badessa; fuori stava la gente, dentro le suore. L’altare maggiore barocco è in marmo policromo: a sinistra una pala rappresenta San Benedetto, a destra Santa Scolastica. Il ricco fondatore Mathias Jenner possedeva diverse miniere. 
Fuori addossata al muro dal 1986 trovi la fontana del Giubileo, a 300 anni dalla fondazione. Scolpita da Martin Reiner, rappresenta la Trinità che offre l’acqua.

La Chiesa di Santa Croce

Chiesa della Santa Croce, monastero di Sabiona (Chiusa BZ)
La gemma del monastero: la Chiesa della Santa Croce

Ancora qualche gradino per ammirare prima il campanile, piccolo e tozzo, poi un superbo panorama sulla valle dell’Isarco, stesa ai tuoi piedi. Da questo affaccio la vista spazia lontano. Sono sotto la duecentesca Torre di San Cassiano che ha un enorme Cristo crocifisso dipinto verso la valle: è di 12m!
Però la gemma del Monastero di Sabiona è la Chiesa della Santa Croce, che trovi girando attorno. Un passaggio coperto, alcuni gradini e un portale: questo è l’ingresso! Quindi non c’è alcuna facciata e non sembra una chiesa. Anche l’interno lo conferma: è una grande sala rettangolare da cui emergono due piccole nicchie per gli altari laterali e l’abside dell’altare centrale. Qui spicca un espressivo crocifisso ligneo del 1450 (circa) che dà il nome alla chiesa, opera del maestro scultore Leonardo di Bressanone. Però prima ti colpiscono i colori vivaci dei dipinti, probabilmente dell’artista locale Hueber (1680 circa); su tutti impressiona il soffitto basso, che in realtà è una tela dipinta con la Passione di Cristo su sfondo azzurro. Le pitture sui lati hanno architetture trompe l’oeil. Le decorazioni non sono ricche o di alta qualità, ma la chiesa è decisamente suggestiva

La discesa

Il Monastero di Sabiona, da vedere a Chiusa / Klausen
La vista del Monastero di Sabiona tra le montagne

Il monastero ha pure un angolo con tavoli e sedie dove puoi mangiare, accanto un piccolo giardino con stupendi iris gialli. 
Noi usciamo e stavolta scendiamo attraverso la Passeggiata. All’inizio un tratto in piano ti regala una bella vista con il Monastero di Sabiona e la torre che spiccano sopra la roccia, il monte coperto d’alberi e le montagne attorno. Molto idilliaco e selvaggio: mi ha ricordato la vista del castello di Salisburgo. Percorrere la Passeggiata non è semplice: in questo sentiero naturalistico la discesa è molto ripida nella prima parte ed i gradini sono un po’ sconnessi; insomma: bisogna stare attenti! Però è molto amata dagli abitanti di Chiusa: ha fiori rari e si può fare anche d’estate, essendo sempre all’ombra nella natura; non senti il caldo.
Peraltro c’è un progetto per costruire un ascensore all’interno alla roccia, arrivando comodamente in cima. Praticamente come a Graz!

4.5 Cena al ristorante dell’hotel

Risotto agli asparagi e speck, Hotel Walther Von Der Vogelweide
Il risotto dell’Hotel Walther Von Der Vogelweide

Torniamo a Chiusa dopo il tramonto, con poca gente per le strade. Così me la godo ancora meglio: che borgo sorprendente ed interessante. Non è facile fare risplendere i colori nelle foto, ma è molto affascinante anche così. Alzo lo sguardo verso il monastero in cima al monte: fa strano pensare che poco fa ero lassù.
Essendo le 19:00, qui è già ora di cena. Io torno al ristorante dell’Hotel Walther Von Der Vogelweide. Sono stanco, ma soddisfatto per questa lunga giornata: il dislivello percorso di fa sentire nelle gambe, ma ne è valsa la pena. Stavolta assaggio il risotto agli asparagi con speck e olio all’erba cipollina e da bere birra weiss, che mi ridà energie. Devo dire che il piatto è buono, ma non eccezionale: ho preferito quello del pranzo. Comunque confermo che si mangia davvero bene.

4.6 Chiusa di notte

La chiesa di Chiusa (BZ) e Castel Branzoll di notte
Il fascino di Chiusa di notte con la chiesa e Castel Branzoll

Infine con le ultime energie rimaste faccio un piccolo giro notturno per il borgo. Sono quasi da solo: solo in Tinnenplatz e fuori dai locali trovi persone. Perciò l’atmosfera pare incantata, come se il tempo si fosse fermato. A Chiusa di notte le luci infondono un fascino retrò alle vie, esaltato dalle chiese gotiche; peccato che alcune siano poco luminose. Però Castel Branzoll ed il Monastero di Sabiona sono illuminati, quasi aleggianti nel buio, col fiume Isarco che scorre tranquillo. Con tutta questa bellezza, l’ispirazione per grandi foto viene da sola. 
Alla fine torno nella mia stanza dell’Hotel Walther Von Der Vogelweide. È grande, con un bagno altrettanto grande. L’arredamento è spartano ed essenziale, ma c’è tutto quello di cui hai bisogno. Anche perché è un edificio storico nel cuore del borgo: non ci si può assolutamente lamentare. Però come da tradizione tedesca/austriaca devo farmi il letto. Oramai sono abituato.

 

5. Castelrotto / Kastelruth

Scorcio di Castelrotto col campanile

Chiusa si trova molto vicino ad un altro dei borghi più belli d’Italia dell’Alto Adige, che però non è nella valle del fiume Isarco. Lo raggiungi comodamente in autobus, sia da Bressanone (passando per Chiusa) che da Bolzano, con l’apposita linea 170. Quindi vado una fermata sulla strada principale e dopo poco salgo, sfruttando sempre i mezzi pubblici gratis con l’Alto Adige Guest Pass.
Il viaggio non è placido come sul treno, anche perché affronti tante curve e tornanti; infatti bisogna salire di quota fino a oltre 1.000 m d’altitudine. Tutto questo è compensato da paesaggi naturali mozzafiato che ammiri dal finestrino, perfetti per girare Heidi; hai fantastiche viste su paesini, prati, chiese pittoresche, boschi, montagne imponenti ed in generale sulla natura eccezionale dell’Alto Adige, stupenda anche col cielo plumbeo di oggi. Sono incantato. 
Infine arrivo a Castelrotto / Kastelruth, ai piedi del monte Sciliar, oggi nascosto dalle nuvole. 

5.1 Dove dormire a Castelrotto

La mia camera dell’Hotel Zum Wolf / Al Lupo

Pioggia leggera mi accoglie a Castelrotto. Fortunatamente l’Hotel Zum Wolf / Al Lupo è vicino alla fermata; anzi l’ingresso posteriore è proprio rivolto verso l’autostazione di Castelrotto. Questo è un hotel storico, menzionato già nel XIII secolo. Nel Cinquecento era una delle locande più famose del borgo. Non sorprende trovare all’interno uno stile alpino dal fascino retrò, autentico e sincero, con tanto legno attorno e tappeti e moquette per terra. Il calore della conduzione familiare fa il resto: ti senti subito il benvenuto.
La mia stanza conferma le impressioni della hall: è grandissima in stile antico, con tanto legno e pareti bianche. Ti senti davvero sulle Dolomiti. Poi aprendo la finestra hai uno sguardo sul centro storico: l’Hotel Zum Wolf è perfetto per dormire a Castelrotto e visitare il borgo. Lascio le valigie, mi sistemo un po’ e poi esco. Adesso vado ancora più su! 

5.2 L’Alpe di Marinzen

Cavalli nella natura sull'Alpe di Marinzen a Castelrotto
Cavalli nella natura sull’Alpe di Marinzen

Castelrotto è un ottimo punto di partenza per la visita della famosa Alpe di Siusi (Seiser Alm in tedesco), altopiano tra vette dolomitiche con paesaggi idilliaci; è perfetto per fotografi, chi ama passeggiare e la bicicletta.
Chi vuole godersi la montagna senza raggiungere Siusi ha un’alternativa: l’Alpe di Marinzen, che sovrasta Castelrotto a 1445m. Ti porta su la comoda funivia dell’Alpe di Marinzen costruita 2 anni fa (al posto di una seggiovia) che parte in paese. L’impianto sciistico ora non esiste più, ma in cima trovi un parco per bambini, un piccolo lago per pescare d’estate e animali al pascolo; appena sceso vedo due splendidi cavalli tranquilli, ma d’estate trovi mucche al pascolo. Peraltro se in valle piove, qui c’è un tocco di neve: sembra tutto incantato! Quindi l’Alpe di Marinzen è il luogo ideale per rilassarsi e godersi la natura, fare passeggiate o escursioni in compagnia o in famiglia.

Pranzo all’Alpin Marinzen

Piatto di gulasch dell'Alpin Marinzen a Castelrotto
Il piatto di gulasch dell’Alpin Marinzen

Però io sono provato dalle fatiche dei giorni precedenti: non percorro nessun sentiero nella natura fino ad un’altra malga. Visto che è già ora mezzogiorno, mi accontento di una veloce passeggiata attorno al laghetto, un saluto ai cavalli e poi entro nel ristorante Alpin Marinzen, proprio accanto all’arrivo della funivia. È un luogo molto amato: c’è chi sale a piedi, beve qualcosa al bar e poi riscende. Io entrando noto tante famiglie allegre. 
Anche oggi provo qualcosa di tipico. Come antipasto ordino un tagliere di salumi e formaggi locali, poi come piatto principale gulasch di manzo con due canederli allo speck. Birra Forst da bere.
Peraltro oggi un cantante canta e suona, creando una fantastica atmosfera rock che coinvolge tutti. Per finire mi offrono un forte amaro alle erbe. 
Infine riprendo la funivia per tornare a Castelrotto, ammirando ancora i paesaggi bellissimi con prati, boschi e qualche maso nel verde.

5.3 Cosa vedere a Castelrotto

Una vista del borgo di Castelrotto

Il centro storico di Castelrotto è minuscolo: sono due vie che si intersecano accanto ad un piccolo rilievo, il Monte Calvario. Al centro svetta l’alto campanile barocco della chiesa, simbolo del borgo.
Pochi metri e la via pedonale termina: la strada segna l’inizio della disordinata ma tranquilla zona moderna e turistica. Infatti se nella bella stagione accoglie chi ama la montagna, d’inverno si anima con gli appassionati degli sport invernali: sci, sci di fondo, ma anche slittino (e c’è uno snowpark). Non sorprende che campioni italiani di sci come Peter Fill, Denise Karbon e Florian Schieder siano di Castelrotto. Perciò trovi tanti hotel e ristoranti, oltre che negozi. Lo zio di Peter Fill vende proprio attrezzi sportivi in un negozio omonimo.
Comunque prevale l’animo autentico di un borgo di montagna, circondato dalla natura impressionante, in perfetto equilibrio con l’attività umana. Del resto fa parte del Parco naturale dello Sciliar-Catinaccio.

Via Oswald Von Wolkenstein

La facciata dipinta dell’Hotel Zum Wolf / Al Lupo

In via Oswald Von Wolkenstein inizia il centro storico. Lo noti perché la via si stringe tra le case, in leggera salita. Pochi passi e ritrovo sulla destra l’Hotel Zum Wolf / Al Lupo. La sua particolarità è una magnifica facciata dipinta, con tanti soggetti che dialogano tra loro; lo scorcio col campanile che svetta è imperdibile, ma tutto quest’angolo è stupendo: una macelleria ha sull’angolo un erker squadrato col dipinto di una Madonna con Bambino.
Ma quello sull’hotel è speciale: fu eseguito dal pittore Eduard Burgauner (1873-1913). Vedi raffigurati San Floriano, San Teodoto (patrono dei macellai) e San Michele. Il dipinto suggerisce che prima di essere albergo era una macelleria. Lo stemma dell’erker era della famiglia che lo gestiva nel 1690. C’è pure la firma e anno: 1907. Poi c’è la stupenda insegna del lupo, bella come quella dell’Hotel Cavallino d’Oro, poco più su, con decori fantasiosi e colorati.

Piazza Kraus

La fontana di Piazza Kraus a Castelrotto (Alto Adige)
La fontana di Piazza Kraus

Un lato dell’Hotel Cavallino d’Oro si affaccia su Piazza Kraus, il centro di Castelrotto. La forma sarebbe normale se non ci fosse l’imponente campanile di Castelrotto che ne occupa gran parte, lasciando libero uno spazio a “U”. Davanti hai il Municipio, con accanto a sinistra l’ufficio dell’associazione turistica; la parte bassa dell’edificio è la più antica della piazza assieme alla costruzione attigua che era l’Hotel Posta; anche qui lavorò la famiglia Tasso. L’abbeveratoio per lavare i panni e far bere i cavalli nel 1884 è diventata una fontana; il piccolo albero vicino crea un angolo pittoresco. 
Il Municipio bianco ha una forma strana, con elementi gotici e rinascimentali. Fu costruito nel 1609 per volere di Jakob Kraus von Sala, della famiglia d’origine ungherese che dal 1556 gestì il feudo comprendente Castelrotto. Perciò sopra lo stemma familiare vedi scritto Krausegg (angolo dei Kraus). Fino al 1820 la famiglia visse qui.

Il Museo dei costumi tradizionali

Sala del Museo dei Costumi tradizionali di Castelrotto
Sala del Museo dei Costumi tradizionali

L’edificio dell’associazione turistica di Castelrotto fu la prima residenza dei Kraus, oltre al castello di Siusi. Ora all’interno puoi ricevere tutte le preziose informazioni turistiche di cui hai bisogno, oltre a mappe e possibilità da svolgere nei dintorni (Alpe di Siusi compresa).
Ma non solo: nei piani superiori è stato allestito il Museo dei costumi tradizionali che illustra l’evoluzione del vestito popolare a Castelrotto dal XVIII secolo al Novecento. Era il vestito che indossava la popolazione rurale (quindi non i nobili) e si distingueva tra vestito quotidiano e vestito per le feste. Ovviamente varia molto per regione e zona (come mi ha insegnato pure una visita simile a Graz), ma anche per stato civile (sposato o celibe/nubile) e per le varie occasioni. Anche i bambini e ragazzi indossavano abiti diversi.
A Castelrotto l’abitudine di indossare il vestito tradizionale è ben conservata e ci sono molte varietà di costumi tradizionali.

Il campanile di Castelrotto

L'alto Campanile di Castelrotto (BZ) visto dal basso
Il Campanile di Castelrotto visto dal basso

Il simbolo di Castelrotto è l’altissimo campanile barocco con copertura a cipolla che svetta sui tetti e che vedi da lontano arrivando. Il suo colore rosa/rosso colpisce, così come il grande orologio sui quattro lati. È il risultato dell’incendio del 1753 che distrusse il campanile gotico originario, la chiesa e altri parti del paese. Fu ricostruito altissimo per dimostrare la ricchezza economica di Castelrotto. Il borgo non era abitato da contadini, ma allevatori che salivano all’alpeggio dell’Alpe di Siusi; non pagando il pascolo, erano ricchi. Nel Seicento vendevano 4 volte il numero di bestie di Bolzano! Perciò fu eretto il 3° campanile più alto dell’Alto Adige: 82 metri. È sproporzionato rispetto alla chiesa e a tutti gli edifici del paese, ma era un simbolo di potenza e ricchezza.
Peraltro nella facciata rivolta verso il Municipio ammiri un ingresso decorato da finte architetture e un dipinto della Madonna con Bambino.

La salita sul campanile
Un’esperienza da fare a Castelrotto è salire sul campanile
Durante la salita sul campanile di Castelrotto

Un’esperienza da fare a Castelrotto è salire sul campanile. Non è visitabile liberamente, ma devi prenotare una visita guidata organizzata dall’associazione turistica.
Il campanile fu distrutto da un fulmine, perciò decisero di ricostruirlo possente, con muri di 3 metri e grande 11x11m. Usarono rocce della zona, che cercarono ovunque.
La scala a chiocciola iniziale è un resto del vecchio campanile, poi la salita cambia: vedi un’enorme struttura in legno appoggiata sulla roccia esterna. Nelle travi vedi buchi dove passavano le funi delle campane: così venivano suonate un tempo. La salita comunque è agevole. Ad un certo punto trovi l’orologio originale del 1758, lavorato a mano da due fratelli gardenesi; anticamente il sagrestano doveva caricarlo ogni giorno. Mi ricorda il Torrazzo di Cremona. Non ci ho fatto caso, ma esternamente le lancette sono al contrario: la lancetta grande segna le ore e piccola i minuti; così vedeva meglio dai pascoli.

Il concerto delle campane e la vista
La fantastica vista dal campanile di Castelrotto (BZ)
La fantastica vista dal campanile di Castelrotto

Salendo ancora giungi nella cella campanaria, con 8 grandi campane della fonderia D’Adda di Crema (1922); le originali settecentesche furono fuse nella Prima Guerra Mondiale. Non sono semplici da vedere in questa giungla di travi: sono su più altezze e di varie dimensioni. Hai davanti la più grande, dal diametro di 180cm per 3500kg con belle decorazioni. Improvvisamente la guida mi avvisa: sta per partire il più bel concerto di campane dell’Alto Adige; una dopo l’altra le campane cominciano ad oscillare e poi partono i rintocchi fortissimi. Questo scampanio dura per almeno 5 minuti! Fino al 1931 venivano suonate da 4 uomini forti, poi subentrò l’elettricità: il pannello esposto le azionava dalla sagrestia. Dal 2008 è automatizzato.
Infine saliamo ancora: la parte finale è più complicata, ripida e stretta in alcuni passaggi. Arriviamo a 60 metri, dove ammiri una bella vista panoramica a 360° sui tetti e la natura attorno.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Visitando la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Castelrotto
Visitando la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Sul lato nord-est di Piazza Kraus si erge la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. È staccata dal campanile, fatto insolito per l’Alto Adige. Fu costruita in stile neoclassico tra 1846-49, 80 anni dopo il campanile; difatti anche la vecchia chiesa gotica fu danneggiata dall’incendio. Anche qui hanno fatto le cose in grande: è enorme e può contenere 1000 persone, perciò lo chiamano il “Duomo sulla montagna“ (Dom auf dem Berge in tedesco). Sebbene Castelrotto sia l’abitato sopra i 1000m d’altitudine più popolato delle Alpi, oggi ha 7000 abitanti; 100 anni fa ne aveva la metà, figuriamoci nell’Ottocento. Quindi è una chiesa sproporzionata per un borgo di montagna
Comunque non è tanto appariscente e bella: l’esterno è rosa come il campanile, ma semplicissimo, anche banale; solo il portale è significativo. All’interno a 3 navate le decorazioni sembrano recenti, non particolarmente preziose. Bella però la zona absidale e le vetrate istoriate.

Il cimitero

L'affascinante cimitero di Castelrotto in Alto Adige
Il cimitero di Castelrotto con croci ferree

Girando attorno alla chiesa da destra ammiri i magnifici paesaggi attorno a Castelrotto, nonostante le nuvole basse ed il cielo grigio.
Successivamente dietro l’abside trovi il pittoresco cimitero di Castelrotto. Qui Napoleone non arrivò e quindi nemmeno le sue leggi: si seppellisce ancora vicino alla chiesa, altrove proibito. L’ho notato anche negli altri borghi. Però questo è il cimitero più bello di tutti: le aree sante delle sepolture sono curatissime, fanno a gara a quale sia più bella. Tutte perfettamente ordinate, spesso hanno alte croci in metallo che mi riportano ai cimiteri di Salisburgo. Sul fondo spicca il monumento ai caduti delle due guerre, con un dipinto di un soldato austriaco e tedesco; è strano perché nella Seconda Guerra Mondiale apparteneva già all’Italia. Ma essendo alleate, nel 1939 le persone poterono scegliere se combattere per l’Italia o la Germania: parlando tutti tedesco, scelsero la Germania. Un particolare che non conoscevo. 

Girando nel centro di Castelrotto

L’Hotel Zum Turm (Alla Torre) col campanile come sfondo

Il Municipio ha due archi inglobati nell’edificio: in quello a sinistra arrivava la strada da Chiusa e Ponte Valgardena, a destra la strada verso il castello. Ora sono vie da girare visitando il centro di Castelrotto e quest’ultima è la più interessante. Infatti conduce all’Hotel Zum Turm (Alla Torre), come dimostra l’insegna in ferro. Ha una stupenda facciata con finestre incorniciate da decorazioni, un erker e un dipinto di una Madonna con Bambino e santi. L’edificio era la sede giurisdizionale di Castelrotto. Voltandosi lo scorcio è pittoresco, col campanile che spunta. 
In generale se guardi bene, spesso le case di Castelrotto hanno scale sulla facciata per elevarsi, visto che i contadini vivevano al piano terra. Altrettanto spesso hanno erker con qualche dipinto, merlature sul tetto o addirittura facciate completamente decorate.
Ciò è replicato in alcuni edifici della parte moderna di Castelrotto, anche se lì perde quel fascino storico quasi magico.

La facciate dipinte di Castelrotto

Casa Anton Burgauner Bäcker a Castelrotto (BZ)
La stupenda Casa Anton Burgauner Bäcker

Tra queste vie brevi ci sono delle gemme. Ho parlato della facciata dipinta dell’Hotel Zum Wolf, ma il pittore Eduard Burgauner dipinse 4 case di Castelrotto. E dire che ha vissuto poco, altrimenti pitturava tutto il paese, sempre nello stesso modo! 
In via Platten dove stavano gli artigiani trovi la Casa Anton Burgauner Bäcker, totalmente dipinta sulla facciata: è bellissima. Era la casa del papà del pittore. Ammiri la Madonna in alto, al centro San Floriano (patrono contro gli incendi) e sotto un grande San Giorgio che uccide il drago, mentre sulla destra c’è Sant’Onorazio (patrono dei pasticceri); infatti il padre era un fornaio. In basso a sinistra due soldati bavaresi con stendardo, visto che il pittore aveva studiato lì. Originariamente la casa era una torretta di osservazione del castello, chiamata Edenberg. Sul lato l’ingresso decorato dice che il panificio fu fondato nel 1738. 
Altrettanto bella la Mendelhaus, che era la casa di uno scultore, vicina a Piazza Kraus. Qui sempre una Madonna con Bambino sovrasta un soldato, San Luca, putti ed oggetti quotidiani decorativi. Il pittore lavorò anche al fienile e a Casa Rauch

Villa Felseck
La pittoresca Villa Felseck di Eduard Burgauner a Castelrotto
La pittoresca e strana Villa Felseck

Senza dubbio il capolavoro di Eduard Burgauner è Villa Felseck (Felseckhaus), sempre in via Platten, ma poco fuori dal centro storico. Questa villetta fu edificata come casa del pittore, che decorò lui stesso: infatti è tutta dipinta! È pure datata: 1905. Inizialmente ti colpisce la forma, per nulla tipica di una casa tirolese: un erker forma una torretta appuntita che ricorda piuttosto Gaudí a Barcellona. Molto pittoresca. L’avrà vista in viaggio e avrà voluto replicarla.
Le decorazioni sono in due stili contrastanti: a mezz’altezza la striscia coi mesi è in stile neobarocco e leggermente cupo; però dominano decisamente i sorprendenti elementi Art Nouveau (o meglio Jugendstil, essendo in area asburgica): ammiri colorate decorazioni floreali, putti e poi San Luca, patrono degli artisti. Chiara l’influenza dello Jugenstil viennese. Stupenda la vista sullo Sciliar, sempre nascosto dalle nuvole, ed il piccolo giardino curatissimo; difatti la villa è abitata e non visitabile (purtroppo). 

Il Monte Calvario

Vista su Castelrotto dal Monte Calvario

Come detto, una strada dalla piazza portava al castello. Il borgo compare nel X secolo già come Castellum ruptum, ovvero castello diroccato. Forse derivava da un insediamento romano, mentre certamente hanno trovato reperti dell’Età del Bronzo (3000 anni a.C.). Inoltre Jakub Kraus lo demolì per creare una cappella per Sant’Antonio; invece il figlio Georg nel 1675 creò un parco naturale con 7 cappelle e 3 crocifissi, facendolo diventare un monte sacro come quelli di Lombardia e Piemonte come a Orta San Giulio (o una via Crucis come a Chiusa). Perciò si chiama Monte Calvario (Kofel in tedesco). 
Ad ogni mondo in cima al monte è rimasto un mastio e qualche muro di cinta del castello, tuttora visibile. Quindi è un luogo che mischia storia, religione e natura: perciò è molto amato dagli abitanti.
Peraltro nella frazione Siusi allo Sciliar ci sono ruderi di un altro affascinante castello: Castel Hauenstein.

La salita sul Monte Calvario
Cristo con la croce, cappella del Monte Calvario di Castelrotto
Una cappella del Monte Calvario

Termina la strada di sampietrini, comincia il sentiero e subito trovi la prima cappella del Monte Calvario. Più avanti la seconda, più grande, con l’Orto degli ulivi: ha 5 statue lignee ed altri personaggi dipinti (sempre da Burgauner). Quindi non sono tutte uguali come a Chiusa. Già hai una magnifica vista su Castelrotto con la chiesa, campanile, i tetti ed il Monte Sciliar (oggi nascosto). Proseguendo nel bosco incontri anche la cappella III, quella della Flagellazione con due figure inquietanti. Davanti si apre un idilliaco paesaggio bucolico in discesa con pecore al pascolo. Andando avanti ecco la cappella IV, su due livelli: sopra uno schiavo lava le mani a Pilato, sotto un giudeo spernacchia Cristo.
Poi scopri Cristo che porta la croce ed infine appaiono i 3 altissimi crocefissi. Accanto un tiglio del 1908, piantato per festeggiare i 60 anni di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe; era la sua pianta preferita.

In cima al monte
Fontana del Giubileo (dettaglio), Monte Calvario, Castelrotto
Dettaglio della Fontana del Giubileo

Da lì altra magnifica ed imperdibile vista su Castelrotto: stavolta la chiesa è nascosta, ma hai il campanile che svetta con le case e la natura come sfondo.
Siamo arrivati in cima: il Monte Calvario è basso; sarebbe più giusto chiamarlo collina. La fatica di Chiusa è un’altra cosa: qui fai una piacevole passeggiata nella natura. Tra le fronde degli alberi trovi i resti del castello e la cappella VI, mentre di fronte nella grande torre la cappella VII su due piani: vedi sopra gli imperatori Augusto e Tiberio (coloro che regnavano alla nascita e morte di Cristo), mentre Gesù è rappresentato sofferente alla finestra centrale.
Al centro del colle, solitaria, la Fontana del Giubileo (1908), sempre per l’imperatore che è raffigurato in un tondo. 
Comunque trovo tutto preparato per la cavalcata di Oswald von Wolkenstein, il più grande evento equestre dell’Alto Adige che si svolge tra maggio e giugno.

5.4 L’ora blu di Castelrotto

La Mendelhaus di Castelrotto (BZ) durante l'ora blu
La Mendelhaus durante l’ora blu

Fare sport, visitare una malga, camminare nel parco naturale dello Sciliar… tutto questo si può fare a Castelrotto nella bella stagione, per godersi la natura e la tranquillità delle Dolomiti, Patrimonio Unesco dell’umanità. Peraltro se visiti il borgo all’inizio dell’estate (come me) puoi vedere varie stagioni nel corso della stessa giornata!
Purtroppo la mia giornata è finita, così torno in hotel a riposare un po’.
Esco nuovamente più tardi durante l’ora blu per andare a cena. Pochissime persone in giro, solo il silenzio dei miei passi ed il crepuscolo sopra la testa. Con le luci gialle appena accese sulle case l’atmosfera sembra ancora più incantata e le facciate dipinte ancora più belle. Così il fascino di Castelrotto è massimo: sembra davvero un borgo magico!
Anche di notte le sensazioni sono stupende.

5.5 Cena nel ristorante dell’Hotel Schgaguler

La guancia di manzo del ristorante dell’Hotel Schgaguler

Pochi passi e raggiungo l’Hotel Schgaguler con architettura ultra contemporanea, con enormi vetrate; contrasta con tutto il resto. È un boutique hotel a conduzione familiare e di classe: te ne accorgi subito entrando. Anche solo per andare nel ristorante gourmet dell’hotel ti fanno sentire come a casa. Le grandi vetrate hanno vista sull’area spa e sulle Dolomiti, mentre le luci soffuse creano atmosfera.
Provo il menù del giorno, aperto da un succo: scelgo all’ananas. Come primo piatto pappardelle fatte in casa con ragù di cervo, spuma di pecorino e paglia croccante. Per secondo il piatto migliore: guancia di manzo cotta a bassa temperatura con cime di rapa, mini patate e salsa al Pinot nero. Sono piatti gourmet, quindi ridotti, ma con gusti esaltanti, specialmente la guancia che si taglia con un grissino (come direbbe una vecchia pubblicità); la salsa la rende notevolissima. Desisto al dolce. Comunque gran finale di giornata.

 

6. Vipiteno / Sterzing

Vipiteno è uno dei Borghi più belli d'Italia in Alto Adige
Vipiteno vista dalla finestra del Municipio

Lungo il fiume Isarco a 950m d’altitudine ed a pochi chilometri dal passo del Brennero e dal confine con l’Austria c’è Vipiteno / Sterzing, l’ultimo dei Borghi più belli d’Italia in Alto Adige. Siamo sulla via più diretta verso il centro nord Europa, dove in realtà confluiscono ben 3 passi alpini. Perciò Vipiteno è in una posizione strategica, da sempre un centro di commerci e traffici, anche quando le strade erano sentieri e si passava dai monti, non nel fondovalle. L’anima commerciale si nota ancora oggi.
Ha due nomi molto diversi. Vipiteno deriva dal nome latino dato dai Romani, mentre in tedesco si chiama Sterzing, perché il pellegrino bavaro Sterzel (o Starzo) fondò un borgo, nominato per la prima volta nel 1180; il pellegrino peraltro è nello stemma comunale. Vipiteno ha 7.000 abitanti, 3/4 di lingua tedesca; la minoranza italiana deriva soprattutto da una famosa caserma degli Alpini.

6.1 Storia di Vipiteno

Castel Pietra, castello che proteggeva Vipiteno (BZ)
Castel Pietra che proteggeva Vipiteno

Nel 15 a.C. Ottaviano Augusto conquistò l’Alto Adige e una legione fondò un castrum chiamandolo Vipitenum. Carte romane conservate a Vienna lo confermano. I Romani rimasero per 500 anni, assoggettando le tribù dei Reti: venne creata la provincia della “Retia” con capitale Augusta, in Germania. Da quel latino volgare mischiato con la parlata retica discende il ladino attuale.
Successivamente dal Brennero scesero i Bavari dalla Baviera, che erano per lo più contadini e portarono lingua, usi e costumi. Nel Medioevo passarono eserciti, viandanti, commerci, pellegrini. Essendo un luogo strategico, il borgo fiorì, anche perché attorno al 1230 comincia l’estrazione della miniera di Monteneve a 2370m d’altezza, che rimase attiva per 800 anni. Coi ricavi di quell’argento, Vipiteno si ingrandì e allungò. Grandi imprenditori europei vennero attratti: Fugger, Jochl e Flamme avevano una sede qui. Così Vipiteno diventò sempre più ricco, importante ed acculturata: il Quattrocento e Cinquecento sono i secoli d’oro di Vipiteno.
L’impoverimento delle miniere portò la decadenza, interrotta dall’apertura della ferrovia del Brennero a metà Ottocento. Ora Vipiteno vive di turismo.

6.2 Arrivo a Vipiteno

Piazza Città (Stadtplatz), il centro di Vipiteno (BZ)
Scorcio di Piazza Città con le montagne

Il treno scorre tranquillo nella valle dell’Isarco tra altri splendidi castelli, paesi e natura magnifica. La stazione è nella parte moderna di Vipiteno, a 10 minuti a piedi dal centro. Per arrivarci attraversi il ponte sul fiume Isarco dove ammiri verso sinistra il duecentesco Castel Pietra sul rilievo; il “fratello” Castel Tasso invece è nascosto. Progressivamente aumentano gli edifici antichi e diminuiscono quelli moderni; io punto ad un esile campanile bianco con magnifiche montagne verdi come sfondo: ottimo scorcio. 
Il campanile è in Piazza Città (Stadtplatz), il salotto di Vipiteno. Ha tanti tavolini all’aperto con ombrelloni per il sole estivo, una chiesa, hotel e ristoranti e qualche albero; davvero un luogo pittoresco. Viene voglia di ordinare qualcosa e sedersi all’aperto per godersi l’atmosfera tranquilla e senza tempo, poi fotografare questi angoli ed i dettagli dei palazzi con magnifiche insegne in ferro battuto e le imposte colorate. Che bellezza.

La Torre delle Dodici

La Torre delle Dodici a Vipiteno (BZ), simbolo del borgo
L’alta Torre delle Dodici da Piazza Città

Soprattutto sulla sinistra di Piazza Città svetta la Torre delle Dodici, simbolo di Vipiteno. In pietra grigia locale e alta 46m, è l’edificio più alto della cittadina. Il nome deriva dai dodici rintocchi per segnalare la pausa lavorativa di mezzogiorno. Un grande orologio e l’aquila asburgica bicefala capeggiano su due lati principali, da dove partono le due vie centrali di Vipiteno. Ci credi che fu costruita tra 1468-72, in soli 5 anni? Era sopra l’ingresso cittadino, prima dell’espansione quattrocentesca. Originariamente aveva una copertura ottagonale in legno, andata distrutta in un incendio nell’Ottocento; ora ha un tetto a doppia falda, comunque splendido. Aveva anche una doppia funzione importante: serviva per avvistare nemici e segnalare gli incendi dando l’allarme; perciò persone vissero nella torre per secoli. Adesso rende inconfondibili gli scorci di Vipiteno.
Sfortunatamente è visitabile solo nel periodo dei Mercatini di Natale ed in estate durante la festa delle lanterne. 

6.3 Cosa vedere a Vipiteno

Affreschi barocchi della Chiesa parrocchiale di Vipiteno (BZ)
Affreschi barocchi della volta della Chiesa parrocchiale di Vipiteno

Visitare Vipiteno è facile: il centro storico è sviluppato attorno ad una lunghissima doppia via, quasi rettilinea; in questo ricorda Chiusa. A nord si estende la Via Città Vecchia che attraversa la parte più antica della cittadina (Altstadt), sorta dove nel 1180 c’era un borgo d’origine bavara. Nel 1280 per contrastare il vescovo di Bressanone il conte Mainardo II del Tirolo elevò Vipiteno a città, circondandola di mura (ora quasi scomparse); soprattutto la fece sviluppare anche verso sud realizzando la Città Nuova, lungo l’omonima via. La leggenda dice che uno dei primi abitanti fu il pellegrino Sterzel (o Starzo). Un terribile incendio distrusse parte della città nel 1443. Vipiteno risorse come una fenice, ancora più bella: la Torre delle Dodici, il Municipio e i bellissimi palazzi gotici della Città Nuova sono la risposta a quella tragedia.
Oltre a ciò trovi altri monumenti nei dintorni, raggiungibili comodamente a piedi.

Via Città Vecchia

Case colorate di via Città Vecchia

La via Città Vecchia è lunga circa 300m. Si sviluppò da nord: infatti i resti del borgo bavaro sono dove c’è la funivia di Montecavallo, appena fuori dal centro storico. È una tipica via medievale, sorta spontaneamente: quando serviva veniva aggiunta una casa a quella già esistente; perciò la via serpeggia, non è diritta. Qui è un piacere passeggiare, tra facciate colorate di alberghi e negozi che hanno sostituito botteghe artigiane e locande; comunque l’atmosfera commerciale di Vipiteno è intatta da secoli.
I dettagli incantano, da osservare passo dopo passo. Soprattutto le insegne in ferro battuto risalenti al Cinquecento. Caratterizzano tutto il centro di Vipiteno e raccontavano l’attività di ogni locale: ognuno aveva la sua insegna. Ad esempio in piazza l’insegna dell’Hotel Schwarzer Adler ha nome e stemma, ma soprattutto è rappresentata l’uva perché si poteva bere: era una locanda. Invece l’albergo Krone è stato il primo della Città Vecchia.

La Chiesa di Santo Spirito

La zona dell’altare della Chiesa di Santo Spirito

Nel 1300 il Giubileo di papa Bonifacio VIII portò in Italia migliaia di pellegrini; perciò in piazza nacque uno “spitale” medievale, ovvero un luogo per accogliere poveri cittadini e viaggiatori. Per tradizione erano intitolati allo Spirito Santo, fuori dalle mura cittadine. Di tutto ciò è rimasto la Chiesa di Santo Spirito, che crea scorci magnifici con la via e l’angolo di Piazza Città: il curioso campanile bianco è suo ed è innestato sulla facciata. È la chiesa più antica di Vipiteno, consacrata nel 1399. Dall’esterno tutto bianco non lo diresti, ma è un gioiello gotico dell’Alto Adige!
L’interno lascia senza parole, non solo per le insolite due navate, con doppia campata a dividerle. Appesa capeggia una scultura lignea di Cristo del 1470 di Hans Herder (nativo della zona), ricavata da un unico tronco di pino cirmolo; vicino all’altare pregevole pure la Madonna della Pera. Però entrambi sono stati portati recentemente.

Gli affreschi
Dettaglio del Giudizio Universale nella Chiesa di Santo Spirito

La Chiesa di Santo Spirito è magnifica soprattutto perché è ricoperta di affreschi di Hans di Brunico (1402); nell’area tedesca non era tipico. Sono affreschi meravigliosi: suddivisi a fasce, le scene reali rimandano a Giotto, come la processione dei Magi. Nelle volte a crociera sopra l’altare Padri della Chiesa e simboli degli Evangelisti, con un’eccezionale Annunciazione con un’architettura come sfondo. Poi la Madonna che incontra Sant’Elisabetta con sotto la Via Crucis e la Resurrezione. Manca la Crocifissione: probabilmente era nel grande spazio centrale bianco. Stupisce la controfacciata col Giudizio Universale con le tombe che si aprono: le anime buone vanno a sinistra verso un paradiso stilizzato, mentre San Michele il vendicatore con la spada spinge le anime nude e tremanti verso un mostro dell’inferno; alcuni hanno il copricapo da papa! Mi ricorda una chiesa vista nelle Langhe
Questi affreschi furono ricoperti dalla calce durante la Peste. La chiesa bianca fu poi decorata con due altari barocchi di San Sebastiano (il patrono) e della Madonna. Ritrovarono gli affreschi per caso nel 1938-39. Solo nel 1985 tutto tornò alla bellezza originaria. 

La Città Nuova

Scorcio della Città Nuova

La Torre delle Dodici aveva un portone che veniva chiuso alla sera. Ora attraversi quell’arco e raggiungi la Città Nuova, la parte più caratteristica di Vipiteno. Si vede che fu pianificata: è perfettamente diritta e più ampia, con palazzi coloratissimi sui lati, dove spiccano magnifici erker e stupende insegne storiche. Questi edifici dovevano rispettare il valore e la ricchezza raggiunta dalla cittadina, perciò furono ristrutturati anche quelli non danneggiati dall’incendio. Così la Città Nuova ha un magnifico fascino gotico uniforme
Ora la via è vivace con negozi e tavolini all’aperto, in passato lo era ancora di più. Infatti era una strada mercato come a Bolzano: nonostante le facciate strette, gli edifici si allungano per 50-60m ! Le case erano così strutturate così: il portico serviva per esporre le merci al riparo, con alle spalle il negozio e sopra l’abitazione; all’interno trovavi un cortile ed in fondo magazzino, orto e stalle.

Passeggiando per la Città Nuova
Magnifico palazzo della Città Nuova

I muri delle case di Vipiteno erano tagliafuoco per non propagare incendi e similmente trovi vicoli, come il bel Vicolo delle Rondini (o Schwalbengasse). Passeggiando per la Città Nuova sei tra alberghi del Cinquecento. Incontri presto sulla destra la Locanda della Posta (Posthotel), con l’insegna del corno tipica della famiglia Tasso; l’imperatore Massimiliano I nel 1509 gli diede l’appalto delle poste di tutto l’Impero asburgico fino alla Fiandre. Di fronte il Panificio Häusler, aperto da 200 anni. Più avanti a sinistra ecco la statua barocca di San Giovanni Nepomuceno (1739), protettore dalle inondazioni. Accanto c’è il Municipio, mentre la casa gialla davanti apparteneva ai Fugger, con ferro battuto decoratissimo e più alto del Comune. Erano ricchissimi: vicina c’era pure una filiale dei Fugger, con bellissimo portone antico. Alcune case hanno simboli delle miniere sulle facciate: ne andavano orgogliosi. Verso la fine trovi l’albergo Al Giglio d’Oro, il più antico di Vipiteno (metà Quattrocento). Dall’altra parte la Locanda La Croce d’oro (Goldenes Kreuz) del 1605, ora hotel/ristorante con stupenda insegna.
La via finiva con la Porta Bressanone, smantellata nell’Ottocento (purtroppo). 

Il Municipio

Il Municipio di Vipiteno da fuori

Come detto, a metà della via si erge il Municipio di Vipiteno, un gioiello gotico. Un profilo merlato corona la facciata, mentre un doppio erker su due piani lo decora; specialmente quello ad angolo è prezioso: sembra una torre con bassorilievi scolpiti. Sull’angolo del portico è rappresentato il volto di un turco, che all’epoca minacciavano Vienna; era come un monito.
Anche nel Municipio noti la struttura tradizionale delle case di Vipiteno: lungo corridoio con porte sui lati, poi cortile; qui sono posti 2 reperti romani: un miliario e copia della stele di Mitra (conservata al Museo Archeologico di Bolzano). Oltre la porta c’è il primo teatro storico dell’Alto Adige, usato fino al 2000. È visitabile il piano nobile, poco illuminato, risalente a fine Quattrocento. Nella prima sala espongono vari reperti ed arredi, come una rappresentazione del pellegrino fondatore con aquila rossa tirolese; stupendo anche l’armadio intarsiato e il Crocifisso.

La Sala Storica
Visitando la Sala Storica del Municipio

Però nel Municipio di Vipiteno è imperdibile la sala consiliare – detta Sala Storica – tutta in legno. Risale a fine Quattrocento-inizio Cinquecento. L’atmosfera è cupa: dagli erker entra pochissima luce per i dischi di vetro che suddividono le finestre. Domina il colore scuro del legno: compone praticamente tutto, a partire da tavoli e sedie fino al pavimento e alle pareti; lì tutt’intorno c’è una seduta unica; significa che i cittadini già allora potevano assistere alle sedute. Fa eccezione in un angolo una bella stufa in maiolica verde smeraldo, del Seicento; tuttora è l’unico modo di scaldare la stanza. Particolarissimo il lampadario a forma di donna appeso: raffigura “Lucretia” ed ispirò Dürer.
La sala è tuttora usata: il consiglio comunale si riunisce ogni mercoledì e si celebrano matrimoni. Ma da qui passarono personaggi importanti come gli imperatori Carlo V e Maria Teresa e i presidenti della Repubblica Cossiga e Pertini.

Pranzo al Ristorante Zur Traube

I canederli del Ristorante Zur Traube

Uno dei miei obiettivi in questa visita di Vipiteno era di scattare una foto perfetta della Torre delle Dodici, senza l’ombra sui palazzi accanto. Per farlo dovevo attendere almeno mezzogiorno, col sole alto che non crea ombre.
Non essendo ancora perfettamente allineato ed avendo fame, decido quindi di andare prima a pranzo al Ristorante Zur Traube (All’uva), nella Città Vecchia. L’interno è lungo e stretto, arredati in modo rustico, con tanta pietra a vista e legno. Mi piace molto. Mi manca un piatto tipico dell’Alto Adige: il tris di canederli. Sono uno bianco al formaggio, uno rosa alla rapa e uno verde agli spinaci (anche se le luci artificiali non aiutano). Come al solito sembrano piccoli, ma sono sostanziosi. Quello ai formaggi mi è piaciuto moltissimo: l’ho divorato subito; gli altri due alla lunga stancavano un po’. Ma non volevo rischiare l’espulsione immediata dal Suditirol: li ho terminati.

La foto perfetta di Vipiteno

La mia foto perfetta di Vipiteno

A tavola a mangiare e chiacchierare amabilmente il tempo passa e non te ne accorgi. Così tornando alla Torre delle Dodici mi sono accorto che ho esagerato: l’orario perfetto per fotografare è già passato! Pazienza… scatto comunque con un po’ di ombra sulla torre, stavolta dall’altro lato.
Invece non c’è un punto preciso da cui scattare la foto perfetta di Vipiteno. Dipende dai gusti fotografici di ciascuno e dall’attrezzo usato per scattare: chi ha una potente fotocamera può pure scattare da lontano con molto zoom. Comunque da nord hai scorci pittoreschi, ma non incornici la torre perché in piazza a sinistra mancano i palazzi. Quindi devi scattare da sud, dalla Città Nuova; più ti allontani e più i palazzi colorati abbracciano la Torre delle Dodici, fin poi a sovrastarla. Il mio punto preferito è accanto alla statua di San Giovanni Nepomuceno, prendendo un bellissimo palazzo azzurro e giallo sui lati.

Attorno al centro storico

Facciata della Chiesa di Santa Margherita

La visita di Vipiteno però non è finita: mancano le bellezze attorno. Ad esempio imboccando il Vicolo dei Cappuccini in fondo sulla destra incontri la Chiesetta dei SS. Pietro e Paolo con accanto il Palazzo Jöchlsthutn, la casa-torre della famiglia Jöchl. Fanno parte della stessa proprietà e la chiesa non è visitabile: osservi solo da fuori il portale con stemma e le facciate a triangolo dell’edificio.
Sull’altro lato la seicentesca Chiesa cappuccina di Santa Maddalena che è molto semplice, ma trovo chiusa. Non importa: pochi passi ed appare la Chiesa di Santa Margherita, consacrata nel 1681. La facciata è barocca altoatesina: le decorazioni sono limitate a 2 statue, due stemmi e un affresco. Entro ad ammirare il progetto di Peter Delai. Si tratta di un gradevole barocco di periferia, soprattutto nell’altare maggiore di 12m. Gli affreschi non furono eseguiti per mancanza di fondi. Il campanile invece è romanico, dell’edificio preesistente.

La Commenda dell’Ordine Teutonico

La Chiesa di Santa Elisabetta nella casa della Commenda dell’Ordine Teutonico

Uscendo dalla Porta Bressanone il borgo cambia totalmente. Parte una lunga via praticamente diritta con graziose case sui lati, protette da alberi e piccoli giardini; molte hanno erker decorati da vasi di fiori.
All’improvviso appare a sinistra la Chiesetta di San Salvatore al Bivio gialla, mentre proseguendo incontri la Chiesa di Santa Elisabetta, rosa e a pianta ottagonale. Un’antica cappella fu ricostruita nel 1729 da Giuseppe Delai; mi ricorda quella di Riva del Garda, seppure questa sia più piccola. All’interno ha un magnifico affresco barocco nella volta e stucchi. La visiti nel percorso del Museo Multscher, che espone i lavori del maestro Hans Multscher di Ulm, scultore e pittore tardogotico. Affiancato c’è pure il Museo Civico, che in affascinanti sale ti fa fare un salto nel passato con carte geografiche, documenti storici di Vipiteno, stampe, ecc. Tutto è ospitato nella casa della Commenda dell’Ordine Teutonico (Deutschhaus), con piccolo giardino interno.

La chiesa parrocchiale di Vipiteno

Il sontuoso interno della chiesa parrocchiale di Vipiteno

Affiancato alla Commenda dell’Ordine Teutonico si estende l’antico convento, con accanto il cimitero di Vipiteno.
Attigua pure la Chiesa parrocchiale ”Nostra Signora della Palude”. Siamo ad un quarto d’ora di distanza dal centro storico. Fu costruita nel 1233 su mandato papale sopra ad un cimitero romano: una lapide ritrovata è affissa all’interno. L’originale chiesa romanica fu modificata ed ampliata in stile gotico, come osservi dall’abside esternamente.
Entro da un sontuoso ingresso laterale scolpito, poi mi sorprendono la grandezza e la luce che inonda la chiesa. La tre navate sono alte uguali e suddivise da imponenti colonne. Stupendi i leoni delle panche lignee. Presto lo sguardo sale ad ammirare i bellissimi affreschi barocchi sulla volta di Adam Mölk del 1753, realizzati quando per un ammodernamento tolsero gli elementi gotici. Infine nel 1860 fu ripristinato l’aspetto antico: perciò ammiri l’altare maggiore neogotico, ma con 5 statue originali del maestro Hans Multscher.

6.4 L’Hotel Schwarzer Adler

Facciata dell’Hotel Schwarzer Adler

Ritorno in centro e mi fermo in un bar. Poi raggiungo nuovamente la Piazza Città. A due passi dalla Torre delle Dodici c’è l’Hotel Schwarzer Adler (l’Aquila nera), come mostra l’insegna. È un edificio di 800 anni, da 500 un albergo anche se ad inizio 2000 è stato chiuso. Era un peccato vista la posizione ed essendo l’unico 5 stelle di Vipiteno. Fortunatamente è riaperto da novembre 2024, totalmente riammodernato.
A pieno terra c’è un ristorante, con alle spalle bike room e ski room per l’inverno; ai piani superiori le camere ed i servizi, come la palestra. Gli interni sono labirintici, tipici di un edificio antico; anche a Cesky Krumlov era così. Però apprezzo la coerenza storica, così come il grande gusto nell’arredo moderno. Il punto forte dell’hotel è sicuramente l’area Spa al secondo piano, connessa con un’area relax. Sono aperte fino alle 21:00, quindi ne approfitto per rilassarmi. 

La mia camera

La magnifica camera dell’Hotel Schwarzer Adler

La mia camera è bellissima: è grande, anzi enorme! Inizialmente arrivi in una sala con tavolo e un grande divano comodo, collegata ad una zona cucina con angolo con macchinetta del caffè, lavello e fornello; trovi pure le pentole, quindi facendo la spesa puoi cucinare come fosse un appartamento. Dall’altro lato la camera da letto, sempre ampia e con design stiloso ma essenziale di colore nero (come l’aquila, ovviamente). Anche il bagno ha piastrelle nere dietro lo specchio, molto belle, ma qui domina il grigio. Rispetto al resto, è di dimensioni normali. 
L’unica pecca è che dalle finestre si vede il Palazzo Jöchlsthutn con tetto triangolare ed il retro col parcheggio e non la Torre delle Dodici; non si può avere tutto dalla vita. Comunque è semplicemente una delle camere d’albergo più belle in cui sono stato

6.5 L’ora blu di Vipiteno

L’ora blu di Vipiteno esalta il fascino

Le ore passano, il sole cala. All’improvviso arriva il crepuscolo ed esco per le strade ad ammirarlo. Vipiteno si trasforma: da vivace cittadina commerciale diventa incantata. Il cielo tinto di blu sovrasta le antiche case colorate, mentre i negozi oramai chiusi lasciano spazio alla bellezza pura degli erker e dei dettagli che magari prima non avevo notato. Inoltre le luci gialle creano un’atmosfera fiabesca. Che momenti fantastici!
Più passano i minuti, più aumenta l’oscurità ed il mistero regalano ancora più fascino. Però stona la Torre delle Dodici che non viene illuminata, quindi sparisce piano piano, specialmente dalla Città Nuova. Col calare del buio diventa proprio invisibile ed è un grande peccato. Credo che un paio di faretti sarebbe necessari: regalerebbero foto indimenticabili di Vipiteno anche di notte! Del resto le vie storiche illuminate sono magnifiche ed irresistibili, nonostante il freddo che l’altura porta, anche nella bella stagione. 

6.6 Cena al Ristorante Schwarzer Adler

Piatto gourmet del Ristorante Schwarzer Adler

Per coronare la giornata vado a cena al Ristorante Schwarzer Adler. Anche qui trovi grandissimo stile nell’arredo. La gestione è separata dall’hotel, ma ovviamente collaborano; per esempio la colazione mattutina si fa qui, sempre nell’area ristorante. Peraltro durante il giorno offre a tutti un servizio bar ai tavolini in piazza.
Dopo aver mangiato pesante a pranzo, scelgo qualcosa di tipico ma più leggero. Prendo come antipasto salmone marinato, che sembra un quadro. A seguire come piatto principale rindstafelspitz, ovvero manzo bollito con verdure da radice, patate lesse, spinaci cremosi e rafano. Da bere mi merito un’ottima birra weiss
La cena è andata bene: servizio impeccabile. Ho scelto due piatti insoliti per me, con gusti molto delicati (anche troppo); sembrano anche poco altoatesini. Però si vede che erano cucinati e presentati molto bene. Ma la vista e il profumo delizioso delle pizze che passavano mi hanno fatto pentire della scelta!

 

7. Conclusioni

Via notturna di Vipiteno, tra i borghi più belli d'Italia in Alto Adige
Atmosfera notturna a Vipiteno, uno dei borghi più belli d’Italia in Alto Adige

Prima di visitare i 5 Borghi più belli d’Italia in Alto Adige pensavo e temevo che fossero molto simili. In realtà è il contrario: sono molto diversi tra loro. La zona di Egna somiglia al Trentino: è nella valle dell’Adige tra meleti o vitigni. In un angolo del Sudtirol, Glorenza ha il fascino rustico, tranquillo ed unico di un borgo chiuso tra mura secolari e paesaggi indimenticabili attorno. Chiusa è una piccola perla sorprendente, con dettagli e storie da scoprire con calma. Castelrotto è un borgo alpino ai piedi delle Dolomiti, che regalano viste favolose, nonostante l’anima turistica che ha oramai assorbito. Invece Vipiteno ha il carattere da cittadina, elitario ma irresistibile. Insomma, sono da visitare tutti! 
Peraltro non solo ha paesaggi mozzafiato, ma l’Alto Adige unisce il meglio del mondo germanico e dell’Italia, in particolare cucina, arte e clima soleggiato. Questa è la grande ricchezza che lo rende speciale. 

 

Ti ho stuzzicato l’idea di visitare i Borghi più Belli d’Italia in Alto Adige? Meritano il viaggio e ti lasceranno grandi ricordi: spero di averlo dimostrato. 
Se avessi domande lascia un commento oppure dimmi che ne pensi. Mi segui già sui social ? 🙂

 

Ecco video del viaggio:

I meravigliosi paesaggi dell’alta Val Venosta

La bellissima camera dell’Hotel Flurin a Glorenza

L’Alpe di Marinzen incantata con la neve

Grande atmosfera rock all’Alpin Marinzen

Il concerto di campane sul campanile di Castelrotto

Percorrendo Via Città Vecchia a Vipiteno

Dentro la Chiesa di Santo Spirito

La vivace Città Nuova di Vipiteno (timelapse)

La Sala Storica del Municipio di Vipiteno

Vipiteno nell’ora blu è incantata !

La magnifica camera dell’Hotel Schwarzer Adler

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