Sai quale è la città europea con il maggior numero di semafori? È Torino, dove il reticolato romano di strade è stato esteso creando innumerevoli incroci perpendicolari, alla confluenza tra Po e Dora Riparia. Ma la capitale del Piemonte è caratterizzata da tante bellezze: affascinanti caffè e locali storici, meravigliose gallerie, eleganti palazzi e piazze piene di statue, interessanti musei (come il Museo Egizio), ma anche 12,8km di portici in centro oltre all’iconica Mole Antonelliana con le Alpi come sfondo. La potenza della famiglia Savoia è un ricordo ancora presente: le tante residenze dei Savoia Patrimonio Unesco sono le gemme della città, a partire da Palazzo Reale. Quindi c’è tantissimo da visitare a Torino e un weekend non è abbastanza: sarebbero necessari 4-5 giorni. Ma per chi non ha quel tempo racconto cosa vedere a Torino in 3 giorni tra storia, arte, cibo tipico, foto, tradizioni e panorami. Città imperdibile!
- Introduzione
- Visita di Torino: 1° giorno
- Cosa vedere a Torino il 2° giorno
- 3° giorno a Torino
- Conclusioni
cosa vedere a Torino in 3 giorni
1. Introduzione

Torino è una città che profuma di storia. Senza conoscere un po’ di storia della città è impossibile comprenderla, capire perché le piazze sono piene di statue equestri, le sue tradizioni, i monumenti e la profonda impronta industriale. Pur rimanendo attaccatissima al suo passato glorioso, Torino è anche una città che cambia, che sta al passo dei tempi; lo dimostra il fatto che è una capitale italiana dell’arte contemporanea (street art compresa), i nuovi grattacieli delle archistar ed che è diventata oramai una città multietnica, con tutti i pro ed i contro della vicenda. Comunque senza conoscere la storia è impossibile capire Torino. Il grande momento di svolta recente sono state le Olimpiadi invernali del 2006, che hanno migliorato e fatto risplendere la città, portandola alla ribalta internazionale. L’organizzazione delle ATP Finals di tennis (tuttora in atto) hanno propagato quest’onda: adesso Torino attrae turisti da tutto il mondo.
1.1 Storia di Torino

Ci sono due date chiave nella storia di Torino: il 1563 e il 1865. Nel mezzo sta il massimo splendore della città, fondata da una popolazione celtica/ligure (i Taurini); i Romani dopo la conquista di Giulio Cesare la rifondarono col nome Julia Augusta Taurinorum. Insomma, il toro non centra, ma fu facile associarlo a posteriori, tant’è che è il simbolo cittadino. Il reticolato romano con strade perpendicolari è rimasto e tuttora contraddistingue il centro di Torino.
Per tutto il Medioevo rimase una piccola città, però spesso capitale del territorio circostante; da segnalare nell’XI secolo il matrimonio di Adelaide di Susa con Oddone di Savoia, che portò la casata per la prima volta in Italia. Nel 1280 i Savoia si impossessarono definitivamente di Torino, divenendo il fulcro dei loro possedimenti. Così nel ‘400 crebbe d’importanza.
L’età moderna

Nel 1563 Emanuele Filiberto di Savoia spostò la capitale da Chambery a Torino. Così nel Seicento Torino fu in fermento, con 2 espansioni espansioni urbanistiche e molti edifici barocchi che sorsero. Durante la guerra di successione spagnola nel 1706 Torino fu assediata per 117 giorni dai Francesi; con la pace di Utrecht i Savoia ottennero il titolo reale e la Sicilia, scambiata nel 1720 con la Sardegna: nacque il Regno di Sardegna. Dopo la facile conquista di Napoleone, con la Restaurazione tornò re Vittorio Emanuele I, acquisendo la Repubblica di Genova e Noli. Nel 1831 Carlo Felice morì senza eredi; il regno passò al cugino Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Il figlio Vittorio Emanuele II unificò l’Italia nel 1861 e Torino la prima capitale d’Italia. Ma per poco: nel 1865 fu spostata a Firenze (e successivamente a Roma). I Savoia si trasferirono e Torino perse quella frizzantezza urbanistica che la contraddistingueva.
Da lì si impose la Torino industriale della FIAT, grigia e cupa, che attirò operai da tutta Italia nelle periferie laterali della città. Ora la crisi industriale è bilanciata dal settore terziario e l’esplosione turistica.
1.2 Torino somiglia a…

Come struttura urbanistica Torino somiglia a Firenze. È costruita in piano, con un fiume che scorre e sull’altra sponda una zona collinare con chiese importanti e viste panoramiche. La grande differenza è che Firenze ha un centro compatto, mentre a Torino il centro storico è molto esteso, stretto e lunghissimo. Perciò si percorre facilmente, ma devi camminare tanto. I principali monumenti in città sono racchiusi attorno a due piazze chiave: Piazza San Carlo e Piazza Castello. Fa eccezione la Mole Antonelliana, poco più defilata. Comunque più alloggi vicino a queste zone, più è facile girare sempre a piedi.
Inoltre esteticamente Torino è un mix tra Parigi e Milano: non per niente si trova nel mezzo. Ha l’esuberante eleganza francese nei palazzi del centro, ma a volte è un po’ nascosta ed introversa come succede a Milano, dove al posto di ostentare tengono le bellezze racchiuse nei cortili dei palazzi storici.
2. Visita di Torino: 1° giorno

Il reticolato delle strade romane è rimasto, duplicato nei secoli. Perciò il centro di Torino ha un’infinità di quadrati e strade perpendicolari che regalano lunghe prospettive; non sono teatrali e scenografiche come a Roma, anche perché la città è pianeggiante. Però ti aiuta notevolmente a girare: ad esempio la stazione di Torino Porta Nuova è perfettamente in asse con Piazza San Carlo e Piazza Castello. Una lunghissima via le collega; è la colonna vertebrale del centro, con Piazza Castello che è il cuore di Torino. Sui lati si sviluppano i quartieri storici: il Quadrilatero Romano a nord-ovest, Borgo Po verso il fiume. Lungo ed oltre il Po sono sorti altri luoghi importanti di Torino, da vedere in 3 giorni.
Comunque le prospettive mostrano i luoghi come vicini, ma le distanze sono ampie: bisogna camminare tanto. Il centro di Torino è molto grande e gli incroci con semafori ti rallentano.
2.1 Piazza San Carlo

Al contrario di Piazza Castello, la sorella Piazza San Carlo è frutto di un piano regolatore: fu pensata come spazio per radunare le casate nobiliari, tutte vicine per poterle controllare. Così nel Seicento il duca Carlo Emanuele I a proprie spese invitò i nobili a costruire i palazzi, con Carlo e Amedeo di Castellamonte come architetti a garantire l’uniformità del progetto. Nessuna facciata pomposa: sono nascoste da un porticato unico, simmetrico ed elegante; infatti la vista deve andare verso Piazza Castello, verso casa Savoia. La simmetria sembra vigere anche sul fondo, dove ammiri le chiese “gemelle” barocche di Santa Cristina e di San Carlo; in realtà sono diverse e si sono copiate nel tempo; la facciata di Filippo Juvarra di sinistra è stata rifatta nell’800 anche a destra; poi solo a destra c’è il campanile.
Al centro della piazza spicca la statua di Emanuele Filiberto, duca vincitore della battaglia di San Quintino; fu lui che spostò la capitale e portò temporaneamente da Chambery la Sacra Sindone per il viaggio di San Carlo Borromeo, che voleva pregarla per interrompere la peste di Milano. Però dal 1578 non si è più mossa da Torino. L’evento fu importante: perciò la piazza è intitolata a San Carlo.
I negozi storici di Piazza San Carlo

Piazza San Carlo è il salotto di Torino, il luogo più elegante. Lo dimostrano i tanti locali storici dal fascino retrò, spesso con tavolini all’aperto per godersi le consumazioni. In primis il magnifico Caffè Torino, con l’iconica insegna “Martini” che domina sotto al porticato. Davanti il simbolo di Torino: il toro a cui devi calpestare le palle (come a Milano); esperienza imperdibile per i turisti. In fondo luogo storico di Torino: il Caffè San Carlo, quello dei “rivoluzionari”; infatti nell’800 fu chiuso per attività sovversiva più volte. Ancora più scintillante e splendido, fu il primo locale che adottò la luce a gas a Torino. Sull’angolo c’è anche la Farmacia Masino, con stemma dei Savoia sulla facciata.
Una caratteristica cittadina sono le facce con lingua di fuori scolpite nei portali, con funzione apotropaica per tenere le malignità fuori da casa; ne trovi tantissime in tutta Torino, diverse anche in questo porticato.
2.2 Via Roma e Galleria San Federico

La seicentesca Piazza San Carlo forma il primo tratto di via Roma. Fu il primo ampliamento cittadino dopo lo spostamento della capitale da Chambery a Torino. Per realizzarla furono abbattute le mura romane che ancora racchiudevano la città. Via Roma unisce la stazione di Torino Porta Nuova a Piazza Castello; è costellata da negozi per lo shopping sotto ai portici e fu rifatta completamente tra 1931-37; perciò in alcuni tratti vige lo stile razionalista. Ma questo primo tratto è maestoso ed elegante, con colonne di marmo a sorreggere i portici.
Nel medesimo progetto fu creata la magnifica Galleria San Federico in stile neoclassico, voluta dal senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat; infatti qui c’era la sede de La Stampa (di cui era proprietario). Ora spicca il Cinema Lux, con bellissima insegna retrò; qui storicamente veniva proiettata la prima visione dei film, che poi passava ai cinema di seconda visione (e così via).
Uscendo su via G.B. Viotti torna lo stile razionalista con la Torre Littoria, grattacielo che spicca su Piazza Castello; da qui la base pare la sagoma di una nave, mentre la torre è l’albero maestro.
2.3 Piazza Castello

Pochi passi e appare Piazza Castello, da sempre il centro del potere dei Savoia. Prende nome dalla fortificazione al centro che nel XIII secolo inglobò la romana Porta Pretoria (ancora riconoscibile); poi nel Settecento l’architetto Juvarra l’ha trasformato in un sontuoso edificio barocco: Palazzo Madama. Ora ospita il Museo Civico d’Arte Antica, dove spicca il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina. Insomma, incarna i 2000 anni di storia di Torino. Questa fu la dimora di due “Madame Reali”, dopo che i Savoia edificarono vicino l’imponente Palazzo Reale dalla facciata bianca e ieratica. È il luogo simbolo, da visitare assolutamente a Torino: gli appartamenti, la sala del trono, la magnifica Armeria Reale, la biblioteca lasciano senza parole; incredibile che fu eretto in soli 14 anni! Non sono eccezionali i giardini, disegnati dall’architetto di Versailles Le Nôtre.
Come le altre residenze dei Savoia, Palazzo Madama e Palazzo Reale sono Patrimonio Unesco.
2.4 La Real Chiesa di San Lorenzo

Visitare il Palazzo Reale però richiede tempo. Rimandiamo, ma entriamo nella Real Chiesa di San Lorenzo, sul lato occidentale della piazza. Voluta dai Savoia, non è facile da riconoscere perché anche qui la facciata è assente per non rompere la simmetria. C’è un normale palazzo di due piani con finestre; al di sopra svetta la cupola ottagonale curva con finestroni ellittici.
La vittoria di San Quintino fu il 10 agosto 1557: perciò il duca Emanuele Filiberto volle una chiesa dedicata a San Lorenzo (così come Filippo II realizzò l’Escorial). Prima restaurò una chiesa esistente, dove Carlo Borromeo pregò la Sindone; di ciò resta il ricordo nella cappella d’ingresso, edificata nel Settecento. Ma la chiesa attuale è un capolavoro barocco dell’architetto Guarino Guarini; tra 1668-1680 trasformò la croce latina originale in pianta centrale con 8 cappelle laterali ricche di marmi policromi, stucchi e dorature; una ospita una copia della Sindone. L’architettura verticale sublima nella cupola, contraddistinta da archi incrociati che formano un fiore con 8 petali ed un incredibile ottagono centrale con somiglianze islamiche; ricorda i Reales Alcazares di Siviglia. Sono senza parole. Questa è una foto classica da scattare a Torino.
2.5 Via Pietro Micca

Una delle poche vie diagonali di Torino è via Pietro Micca, che parte da un angolo di Piazza Castello; fu disegnata a tavolino per collegarla a Piazza Solferino. Tutto ciò che c’era fu abbattuto, mentre la chiesa barocca di San Tommaso fu incredibilmente spostata di 8m! Perciò gli edifici sono novecenteschi.
L’attenzione va tutta sul palazzo ad angolo in stile liberty all’inizio, che alterna pietra e mattoni; coi suoi archi tondi è super fotografato. Segue un palazzo in stile neogotico con torrette che somiglia a quelli modernisti di Barcellona; sotto ospita l’affascinante Caffè Pietro Micca: ho già detto che i portici sono una caratteristica di Torino? Comunque Torino è una delle capitali dello stile liberty in Italia; trovi tanti edifici liberty fuori dal centro, soprattutto nei quartieri Cit Turin e San Donato. Via Pietra Micca è una splendida eccezione del centro storico.
2.6 Il quartiere medievale di Torino

Da qui prendiamo via San Tommaso ed entriamo nella parte medievale di Torino. Te ne accorgi subito perché le vie sono più strette, con piccoli negozi, cortili interni nascosti, antiquariato e tanto fascino antico. È denominata la Contrada dei Guardinfanti. Tutto molto bello: verrebbe voglia di girovagare anche nelle vie laterali.
Però l’itinerario prosegue incrociando via Garibaldi, l’antico decumano massimo della città romana. Andando oltre troviamo la graziosa Piazza Corpus Domini con l’omonima chiesa, ombrelloni, tavolini all’aperto e vegetazione decorativa nei vasi. Su un angolo street art torinese: il Palazzo col piercing. La via si stringe, ma i palazzi simmetrici esaltano la prospettiva su Piazza Palazzo di Città con statua e palazzo del Comune. Su queste due piazze si estendeva il foro romano: era il centro politico, religioso e mercato e le funzionalità sono rimaste.
Nella Casa dalla Volta Rossa venne fondata la Piccola Casa della Divina Provvidenza (il Cottolengo, dal nome del parroco fondatore); operava nella chiesa del Corpus Domini, dove avvenne il miracolo eucaristico nel 1453. È la zona transennata della navata, ma nella chiesa ti colpisce la ricca decorazione barocca, con marmi rossastri e neri e la volta con dorature.
2.7 Il Duomo di Torino

Proseguendo sulla via raggiungiamo Piazza San Giovanni, patrono della città. Qui c’è l’unico edificio rinascimentale della città: il Duomo di Torino. Infatti nel 1498 il vescovo Della Rovere decise di abbattere tre piccole chiese paleocristiane per erigere a sue spese una Cattedrale all’altezza dell’importanza della città. La facciata semplice in marmo bianco contrasta col campanile in mattoni del 1465 (ma la parte apicale è di Juvarra); dall’esterno noti due cupole: una chiara ed omogenea davanti, una maestosa in mattoni dietro.
L’interno a tre navate è strano: la navata centrale è austera e spoglia, mentre le cappelle laterali di vari secoli sono molto ricche; magnifico il Polittico della Compagnia dei Calzolai di G.M. Spanzotti con colonne tortili. Dietro al modesto altare maggiore una vetrata mostra la Cupola del Guarini dove è conservata la Sacra Sindone; ha riaperto da poco dopo un devastante incendio nel 1997. Si visita col Palazzo Reale.
2.8 Il Teatro Romano

Davanti al Duomo di Torino c’era Palazzo Castellamonte, distrutto dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e sostituito da due terribili palazzacci moderni.
A fianco invece una cancellata protegge metà dell’antico Teatro Romano, che spunta dal terreno come addormentato. L’altra parte rimane sotto l’ampliamento del Palazzo Reale (detto Manica Nuova) realizzato da Stramuzzi; il percorso del Museo di Antichità porta proprio a visitare il teatro, oltre ad esporre 8000 reperti che raccontano la storia del Piemonte dal Paleolitico al Basso Medioevo. Questa collezione deriva dalle antichità che il duca Emanuele Filiberto radunò nel 1572 nel teatro ducale, poi ampliate dai successori. Da ciò discende anche la Galleria Sabauda, raccolta di 700 dipinti dal XIII al XX secolo che inizialmente re Carlo Alberto istituì nel 1832 a Palazzo Madama. È una delle più prestigiose pinacoteche italiane; oltre ad autori piemontesi, trovi Beato Angelico, Mantegna, Bronzino, Guercino, Tiepolo e la scuola fiamminga con Rubens e Rembrandt (tra gli altri). Purtroppo non ho avuto tempo per ammirarla.
2.9 La Porta Palatina

La vista spazia su un parco alberato, attiguo ai giardini reali. Qui trovi Piazza Cesare Augusto, dove fai un viaggio nel tempo ad Iulia Augusta Taurinorum (nome latino di Torino). Il lastricato di pietra ricorda la strada romana che componeva il cardo della città. Infatti in fondo c’è la Porta Palatina in mattoni, con due torri da 16 lati (come quelle di Palazzo Madama). Risale al I secolo I a.C. ed è una delle porte meglio conservate al mondo; attorno il basolato romano è autentico, scavato dalle ruote dei carri; invece le statue di Giulio Cesare e Augusto sono copie. Bella invece la mappa della città romana, che non era quadrata ma con un angolo smussato da una collina naturale.
Il sovraintendente D’Andrade la riportò all’antica bellezza distruggendo gli edifici accorpati; è colui che restaurò anche la Sacra di San Michele. Guardando bene noti che le torri sono diverse: una ha merlature, l’altra no; infatti durante il restauro ci fu una discussione se tenerle come nel Medioevo oppure tornare fedelmente ai tempi dell’Impero Romano. Hanno lasciato una in un modo, l’altra nell’altro; è stranissimo!
2.10 Giro per il Quadrilatero Romano

Tutta la zona a nord-ovest è chiamata Quadrilatero Romano, un reticolato di vie con monumenti antichi da scovare e begli angoli. Noi partiamo da Largo IV Marzo, dove un giardino ha monumenti a 3 giornalisti come il satirico Casimiro Teja (autore di “piove, governo ladro”). L’atmosfera popolare e meno curata. Sull’angolo l’incompiuta Torre Civica in mattoni, dove noi imbocchiamo via Milano a destra. Pochi passi e vediamo la chiesa di San Domenico, la più antica di Torino; è in stile gotico in mattoni e dentro ha 3 navate; una rarità in città. Una parte dell’edificio era il carcere dell’Inquisitore.
Addossata all’abside incontriamo l’antichissima Farmacia Anglesio, fornitrice dei Savoia (perciò ha lo stemma). Tutto il palazzo era dei Domenicani, come dimostrano i musi dei cani scolpiti; similmente di fronte il palazzo nobiliare (simbolo leone), l’altro del Municipio (con toro). Sull’altro lato la Basilica Mauriziana in stile neoclassico, chiesa dell’ordine mauriziano (ospedaliero).
2.11 Il mercato di Porta Palazzo

Nel 1701 Juvarra creò un progetto per via Milano che terminava con Porta della Vittoria (realizzato in parte): portici barocchi aperti su una piazza; ma di porte nessuna traccia. Nell’Ottocento venne creata l’ampia piazza ottagonale davanti. Col tempo anche i nomi sono cambiati: ora è conosciuta come Porta Palazzo affacciata su Piazza della Repubblica, la più grande di Torino. Presto perse l’uso di piazza d’armi per adottare una vocazione commerciale unificando i precedenti mercati tematici sparsi per Torino; nacque il famoso mercato di Porta Palazzo, come lo chiamano i torinesi, il più grande mercato all’aperto d’Europa, un guazzabuglio di bancarelle che vendono di tutto e 3 padiglioni tuttora usati (uno è il mercato del pesce). Qui si viene anche a mangiare a pranzo, come alla Boqueria a Barcellona. Si tiene tutte le mattine (sabato tutto il giorno, domenica no) ed è la zona multietnica per eccellenza di Torino.
2.12 Pranzo al ristorante San Giors

Oltre le mura ottocentesche si stende Borgo Dora, il primo quartiere industriale di Torino; sfruttava l’acqua del fiume che scorre nella parte nord della città. Qui trovi il ristorante San Giors, il più storico della città: si narra che alla fine del ‘400 Chiara Gonzaga passò da qui in viaggio di nozze fermandosi in questa locanda. L’attività è aperta dal 1815; da 100 anni sono in questo edificio che è anche un albergo. Poste ai piani superiori, le camere sono decorate da artisti contemporanei. Perciò sono tutte diverse e strane, apprezzate dai turisti del nord Europa; bella la camera a tema Jules Verne.
Però preferisco l’affascinante stile retrò del ristorante, con cigolante parquet e vecchie credenze. Negli anni ‘60-‘70 era popolarissimo: venivano gli Agnelli, i giocatori della Juve e del Torino. Poi ha vissuto anni difficili, dove ha temporaneamente chiuso. Dal 2017 è subentrata l’effervescente proprietaria attuale.
Il menù del San Giors

Il ristorante San Giors offre cucina tradizionale piemontese, che varia a seconda delle stagioni. Come antipasto prendiamo il classicissimo vitello tonnato; forse il più buono che ho mai mangiato: del resto richiede 4 giorni di lavoro! Come primo piatto tajarin (tagliolini) fatti in casa con lardo, acciughe e concassé di pomodori, delicato e saporito. Infine subito dolce: tortino di carote con ganache al cioccolato fondente; questo forse troppo cioccolatoso, alla lunga mi ha annoiato (ma io non amo i dolci). Comunque porzioni non abbondanti, ma abbiamo mangiato bene : la grande ricerca sulla farina di qualità si sente. Lo chef Giulio Carlo Ferrero è bravissimo; non mi sorprende che Samuel dei Subsonica, la Littizzetto e Baricco siano clienti abituali.
Peraltro qui nacque un modo di dire. Quando Chiara Gonzaga stava per ripartire, l’oste uscì di corsa per offrire l’ultimo bicchiere; i cavalieri erano pronti a partire: questo era il bicchiere della staffa.
2.13 Museo Lavazza

Una passeggiata dopo pranzo ci vuole. In 10 minuti attraversiamo la Dora Riparia e camminiamo in un quartiere popolare trasandato; sembra lontano anni luce dall’elegante centro di Torino! Percorrendo via Bologna raggiungiamo il Museo Lavazza. Lo stile mi ricorda tanto la nuova Milano. La struttura è nuovissima, con architettura contemporanea firmata da Cino Zucchi e giardino curato all’ingresso che contrasta fortemente con l’esterno. Il complesso è denominato “Nuvola” perché la forma somiglia all’aroma che esce dalla tazzina. Sorge accanto ad un magazzino di fine ‘800 e ed è un museo modernissimo, sia per realizzazione che concezione: all’interno trovi 2 ristoranti (di cui 1 stellato) e spazio eventi. Inaugurato nel 2018, l’edificio ha vinto il premio LID platinum. Peraltro durante i lavori hanno trovato resti di una basilica paleocristiana (ora visitabile).
Davanti alla porta d’ingresso c’è una grande caffettiera Carmencita: facciamo una bella foto ricordo ed entriamo.
Visita del Museo Lavazza

Il museo è sorprendente e particolare: ha 5 grandi sale, ognuna completamente diversa dalle altre. La prima (Casa Lavazza) racconta la storia di Luigi Lavazza, piemontese che emigrò a Torino; 10 anni dopo con 50 lire in prestito fondò l’attività nel 1895. La drogheria originaria era in via San Tommaso, in centro; avendo studiato chimica, si specializza nelle miscele. Grazie alla macchina per tostare più caffè passa dai piccoli pacchetti a quelli grossi: parte la produzione all’ingrosso e l’azienda si sposta. L’albero genealogico mostra i tanti discendenti che hanno fatto parte dell’azienda; ora comanda la 4ª generazione.
Poi l’attenzione si concentra sulla fabbrica: le qualità di caffè e come viene prodotto. La pianta di cacao ha un fiore profumato come il gelsomino e più di 90 specie, ma solo 2 servono per il caffè: arabica e robusta. Particolarità: prima della tostatura il caffè è dolce; l’esatto contrario del cacao (come visto al Museo del Cioccolato di Zagabria): più si tosta, più si abbassa il saccarosio e quindi diventa scuro e saporoso. Il prodotto si evolve negli anni; prima nasce la lattina, segue negli anni ‘70 il pacchetto e già nel 1989 le capsule. Si stima che vengano consumati 32 miliardi di tazzine di caffè Lavazza all’anno!
Le pubblicità Lavazza e degustazione finale

Nelle ultime due sale superiori il museo cambia totalmente. L’Atelier celebra 60 anni di pubblicità Lavazza, entrata nella cultura popolare italiana (e non solo); dalle promozioni del Carosello con Caballero e Carmencita alla mitica pubblicità del Paradiso che ci ha accompagnato per decenni. Ci sono pure 4 postazioni per scattare foto ricordo, come fossi parte della pubblicità: infatti trovi le nuvole. Non meno importante, le stilose foto del calendario Lavazza realizzato dal 1993.
Poi l’eccezionale sala Universo, con video di Ben Harper che suona; immagini di galassie ti avvolgono a 360°: esperienza multimediale super scenografica! Dal 2015 Lavazza è concentra sulla sostenibilità, sia della coltivazione del caffè sia del riciclo.
Il tour del Museo Lavazza termina con la degustazione del Coffeetail numero 10 con chips con polvere di caffè: è un cocktail analcolico con caffè, ma dall’interessante sapore finale di ciliegia. Le ricette sono segrete e i prodotti variano.
2.14 I murales sull’Agenda 2030 dell’ONU

Il Museo Lavazza sta rivalorizzando il quartiere: è in atto un progetto di rigenerazione urbana. Ma non solo: dal 2018 Lavazza col Comune di Torino ha promosso la street art in tutta la città. La finalità non è solo estetica, abbellendo e rendendo speciali grandi muri; infatti i 18 murales mostrano la tematiche dell’Agenda 2030 dell’ONU, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Li hanno realizzati artisti internazionali di arte grafica urbana. L’ambiente è centrale; lo dimostra il primo, appena fuori dalla Nuvola: tante farfalle di un artista francese. Il progetto si chiama “TOward 2030 – What Are You Doing?” e c’è un tour per vedere tutti i murales. Noi ne vediamo 4, percorrendone una parte (perché sono sparsi ovunque). Apprezzo il messaggio, ma le opere non mi entusiasmano: non mi sembrano capolavori; fa eccezione il murales della balena composta da elettrodomestici usati di MrFijodor in via Cardinale Cagliero.
3.15 Il Quartiere del Balôn

Nel percorso scovando murales attraversiamo un luogo particolare e pittoresco: il Quartiere del Balôn. Prende nome dallo storico mercato delle Pulci nato a fine Settecento in piazza Emanuele Filiberto, ma oramai identifica tutta questa zona vicino alla Dora Riparia. È stupendo passeggiare per via Borgo Dora con tanti tavolini all’aperto, case tradizionali, rigattieri, ristoranti, murales sui muri e festoni sulla strada. Nelle vie ondulate di sabato si svolge il mercato delle Pulci; invece la seconda domenica del mese c’è il Gran Balon, con antiquariato ed oggettistica.
Siamo accanto al mercato di Porta Palazzo; da sempre questi quartieri accolgono gli immigrati a Torino. Prima i Piemontesi, dopo la guerra gli Italiani del sud Italia; negli ultimi decenni gli extracomunitari, che sperano in una vita migliore. Quindi girando trovi facce di ogni sfumatura. Qui l’integrazione fatica e il degrado avanza; perciò hanno operato (e continuano a farlo) associazioni caritatevoli come Don Bosco.
3.16 Damarco e la Galleria Umberto I

Non mi aspettavo quest’aspetto multiculturale di Torino. Però le industrie da sempre hanno richiamato manodopera. Storicamente il Mercato di Porta Palazzo all’alba era un luogo per trovare lavoro.
Pochi passi e ritorniamo proprio nell’enorme piazza; nel tardo pomeriggio rimane vivace, ma senza le bancarelle del mercato mattutino sembra un altro luogo. Nell’angolo sud-occidentale sotto al porticato c’è l’enoteca Damarco, un locale storico aperto dal 1959. È un’istituzione di Torino! Vende vermouth e liquori con un’eccezionale selezione di tantissime marche e stupende vetrine colorate; ad esempio ho visto un vino di Porto dove ho fatto una degustazione. Poi trovi anche prodotti tipici e locali come pastiglie Leone e caramelle Rossana che mi hanno fatto tornare immediatamente bambino.
Accanto si apre la Galleria Umberto I, altro luogo affascinante di Torino; terminata nel 1889, ha pianta crociforme con copertura in vetro e affascinanti lampioni tondi. All’interno ospita la Farmacia Mauriziana (aperta dal 1575!).
3.17 Cena da Sestogusto

Dopo una pausa in hotel, usciamo per cenare da Sestogusto in via Mazzini 31. Il locale è accogliente, aperto dal 2017. Lo chef Massimiliano Prete è uno sperimentatore specializzato in lievitati, sia dolci che salati. Lavora con passione su impasti e strutture: non pone limiti alla creatività! L’importante è che siano leggeri e digeribili: per lui è essenziale. La specialità è la pizza gourmet.
Prendiamo il menù orgoglio italiano per assaggiarne più gusti. Allo chef piace aprire con pane e olio: semplicità e rispetto per la materia. Poi acciughe in salsa verde in pan brioche: l’impasto è morbidissimo! Segue un classico: gustosa “Margherita Extravergine” con ricotta, pesto di pistacchio e basilico; l’impasto è di grano tenero coltivato bio. Invece “Fa-croc” è una focaccia in stile romano con mortadella o capperi. Più pretenzioso il “Pizz’Otto Crudo e Caprino”, riedizione della pizza al padellino con formaggio di capra e granella di nocciole. Molto meglio l’ottimo dolce, sempre lievitato: somiglia al panettone con sopra gelato e fragole.
Comunque offre anche pizze particolari, come quella al vitello tonnato o chorizo e acciughe o astice. Sperimentazione e creatività dello chef emergono nella birra di focaccia, fatta proprio con scarti di focaccia! Unica e buona: è stata una sorpresa. Così come questa cena a base di pizza contemporanea, dai sapori vari e precisi.
3. Cosa vedere a Torino il 2° giorno

Il mio alloggio a Torino in questi giorni è l’Hotel Victoria Torino, raffinato ed in stile inglese, come dimostrano bene i salottini del piano terra con moquette colorata e divani; un angolo è in puro stile liberty con stupende vetrate floreali. beh, poi lo dimostra anche il nome stesso. Si trova in via Nino Costa, una traversa laterale e quieta del centro; praticamente è a metà strada tra la stazione di Porta Nuova e Piazza San Carlo. Tra i pregi dell’hotel c’è certamente il bel cortile alberato con fontana, dove puoi fare colazione all’aperto; lo spazio nella natura è piccolo, ma inconsueto per il centro di Torino. Poi è super tranquillo. Così come le camere, che offrono tutto ciò che serve per un riposo perfetto. Anche qui moquette verde e lampade che infondono uno stile retrò. L’ho apprezzato molto.
3.1 Museo Egizio

Non puoi vedere Torino senza visitare il Museo Egizio, il museo iconico e simbolo di Torino. Poi in questo 2024 compie 200 anni: è una grande festa. Ma cosa ci fanno in Piemonte migliaia di oggetti che descrivono 5 millenni di storia egizia? Questo è il primo mistero da risolvere. Il Museo Egizio nacque dalla collezione di Bernardino Drovetti, piemontese che divenne console di Francia sotto Napoleone; gli 8300 reperti dei suoi scavi in Egitto ad inizio ‘800 (principalmente nel Tempio di Karnak) furono venduti ai Savoia nel 1824. La collezione fu allestita nel palazzo dell’Accademia delle Scienze di Torino: apre il museo, dove si trova tuttora. La raccolta fu poi ampliata dai 30.000 reperti delle campagne di scavo di Ernesto Schiaparelli, direttore del museo ad inizio Novecento.
Per tutto ciò è il più antico Museo Egizio al mondo ed il secondo più importante, dopo il museo del Cairo.
Un museo in movimento

Soprattutto dopo la nomina a direttore di Christian Greco, il Museo Egizio mostra dinamicità e frizzantezza. Le visite crescono sempre e non è affatto il solito museo “polveroso” che sembra immobile nei decenni; al contrario si sta rinnovando! Non solo nella gestione e nelle spiegazioni, ma anche nell’esposizione. Per festeggiare i 200 anni di apertura si sta rifacendo il look: sono partiti i lavori per coprire la corte centrale, che diventerà una piazza tra le piazze; ciò renderà il museo all’altezza dei grandi musei internazionali. Io ad esempio ho trovato chiusa l’iconica Galleria dei Re, dove solitamente sono esposte le monumentali statue di dei e faraoni; io le ho ammirate nell’atrio d’ingresso, come il giorno dell’apertura del museo nel 1824. Il progetto è ambizioso ma fantastico! Il tempio di Ellesija sarà visitabile gratuitamente; fu donato dall’Egitto per ringraziare dell’aiuto nello spostamento del tempio di Abu Simbel costruendo la diga di Assuan.
Visita del Museo Egizio

Il percorso di visita parte dalle sale storiche che ricostruiscono la storia del museo. Poi segue in ordine cronologico su 3 piani, intervallato da sale tematiche come la Galleria della scrittura.
Seguendolo noti l’evoluzione dell’arte funeraria egizia, a partire dall’importantissima mummia di Gebelein di epoca predinastica con elementi del corredo e resine per preservare il corpo. Col tempo migliorano le tecniche di conservazione e nell’Antico Regno ai piccoli sarcofagi in legno, coi corpi deposti nella posizione rannicchiata del dormiente, si aggiungono lunghi sarcofagi rettangolari. La Tomba degli ignoti è particolare: la mummia è avvolta in bende, ma manca uno strato e la radiografia mostra ossa facciali schiacciate; la tecnica non era ancora affinata e permangono gli organi interni. Comunque ricostruiscono la faccia: garantiva la vita nell’aldilà. Magnifica la tomba di Iti e Neferu, ricreata su colonnati come era; sulle colonne vedi pitture colorate che ricreano la natura esterna, con elementi di realismo incredibile, come gli animali; ad esempio una vacca che sta partorendo. Di solito venivano messe offerte agli dei per assicurarsi la sopravvivenza ultraterrena, così come modellini di cibo e le barche; ne vedi molte pure nel museo. Ma gli elementi più preziosi sono il sarcofago con corredo della regina Nefertari e la Tomba di Kha e Merit rinvenuta a Deir El-Medina, villaggio di artigiani che lavoravano nella Valle dei Re: dà uno sguardo sulla vita quotidiana egizia; magnifici i preziosi sarcofagi, maschera funeraria e letto. Stupenda pure la Cappella di Maia tutta in legno dipinto.
La Galleria della scrittura

La tomba di Kha e Merit fu ritrovata intatta. Perciò conservava ancora il Libro dei Morti che racconta i rituali funerari egizi; lo vedi esposto.
Per il bicentenario è stata inaugurata la Galleria della scrittura. All’inizio puoi giocare scrivendo il tuo nome coi geroglifici. Poi racconta l’evoluzione della scrittura egizia nei millenni.
Dopo i primi accenni di scrittura con pre-geroglifici che illustrano l’acqua, improvvisamente durante la 5° dinastia le piramidi cominciarono ad essere totalmente decorate. Forse inizialmente le scritte avvenivano su materiale deperibile che non si è conservato. Oltre alla stele di Rosetta trovata dai soldati napoleonici, fu fondamentale il copto per la comprensione dell’egizio: aveva le vocali, quindi ha fatto capire come suonava. In questo museo si conservano testi importantissimi come il Papiro dei Re, detto papiro di Torino; è multi spezzettato, ma è l’unico che elenca certi faraoni! Stupenda la stele di Meru che l’egittologa ci ha letto. Inoltre i geroglifici erano scrittura monumentale: scrittura e raffigurazione assieme, come il falco.
Affascinante che nell’Antico Egitto le cose scritte prendevano valore, prendevano vita. Perciò hanno trovato scritte nei sarcofagi oppure al contrario volti di dei/faraoni cancellati da una tomba: così facendo non ti vedevano, non potevano maledirti.
Il percorso termina con il giardino e orto botanico di flora egiziana sul tetto, inaugurato da poco.
3.2 Piazza Carignano

Attigua al museo trovi l’allungata Piazza Carignano, che prende nome dal palazzo di residenza dei Savoia-Carignano, ramo cadetto della famiglia. Siamo vicini a Piazza Castello, alla famiglia regnante. Il palazzo in mattoni rossi fa da contraltare al Teatro Carignano di fronte, bianco ed in forme ottocentesche. L’eleganza architettonica regna, come dimostrano i lampioni retrò; al centro della vivace piazza spicca il monumento a Vincenzo Gioberti.
Anche in Piazza Carignano trovi affascinanti locali storici; in primis il Ristorante del Cambio, quotidianamente frequentato da Cavour: ancora conserva l’arredo dell’epoca ed il tavolo di Cavour con gioco di specchi che gli permetteva di vedere l’ingresso del palazzo. Altro locale storico la Gelateria Pepino, aperta da un gelataio napoletano che inventò il gelato ricoperto (stile magnum) chiamandolo “pinguino”. Invece l’Antica Focacceria San Francesco mi ricorda Palermo.
3.3 Palazzo Carignano

Ovviamente il fulcro della piazza è Palazzo Carignano, un capolavoro barocco di Guarino Guarini. La parte più antica fu costruita tra 1679 e 1683. L’esuberante facciata in mattoni è a graffa, mossa come un’onda: è eccezionale per Torino. Splendide anche le finestre decorate e l’insegna bronzea sul frontone che ricorda che qui nacque Vittorio Emanuele II. Infatti nel 1831 morì senza eredi Carlo Felice: diventò re Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Perciò la famiglia si trasferì Palazzo Reale e Palazzo Carignano diventò sede di uffici e del Parlamento Subalpino fino all’unità d’Italia; perciò Cavour era interessato a capire chi entrava! Il salone delle feste visibile dal finestrone centrale diventa proprio l’aula della Camera. Ma non bastava: così ingrandirono il palazzo con un’ala ottocentesca per realizzare l’Aula della Camera Italiana, che non fu mai utilizzata perché terminata nel 1871, quando la capitale era già stata spostata. Ora ospita il Museo del Risorgimento.
3.4 Piazza Carlo Alberto

Puoi entrare liberamente nel cortile interno di Palazzo Carignano. Tre lati sono retti, ma quello da cui entri l’architettura del Guarini forma una curva, come nella facciata; è talmente alta che sembra una torre. Nel cortile i mattoni dominano e formano decorazioni che somigliano a stelle; se guardi bene hanno due colori: quelli più rossi fanno parte l’espansione ottocentesca del palazzo (mai utilizzata).
Davanti attraverso il portale intravvedi delle statue. Oltrepassando le arcate hai uno scorcio fantastico col monumento equestre di Carlo Alberto; mi ricorda Parigi. Camminando sbuchi in Piazza Carlo Alberto, col monumento del sovrano al centro; alle spalle le nuove scuderie, perché le vecchie furono abbattute col giardino per l’ampliamento. Facciata a parte, l’edificio fu distrutto da un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale; perciò ora l’architettura è moderna ed ospita la Biblioteca Nazionale di Torino. Ma sorprende sempre Palazzo Carignano, con la maestosa facciata bianca e rossa.
3.5 Galleria Subalpina

Sul lato nord una targa ricorda la Casa di Nietzsche, che abitò in affitto (ed impazzì).
A fianco si apre la Galleria Subalpina, di rara bellezza ottocentesca. Edificata nel 1873, unisce Piazza Carlo Alberto a Piazza Castello. È uno dei posti che ti fanno innamorare di Torino: pura eleganza retrò; più bella anche di quella di Bruxelles. Ferro, vetro e muratura si coniugano perfettamente, con le piante al centro che danno un tocco esotico. I dettagli sono pregevoli, tutti da ammirare, come le belle insegne antiche dei negozi. Ovviamente anche qui trovi locali storici come il Cinema Romano che ebbe subito successo o Baratti & Milano, caffè affascinante e fuori dal tempo.
Più avanti – oramai sotto le arcate di Piazza Castello – altro luogo tipico: il meraviglioso Caffè Mulassano in stile liberty; legno e dorature formano uva stilizzata. L’incantesimo finisce: poi trovi negozi normali, ma pure opere di street art con artisti come Vasco o Lucio Dalla.
3.6 I Murazzi

Terminato il porticato giriamo a destra, costeggiando la lunga Via Po. Le arcate regalano insegne antiche e scorci sul lato opposto, come sulla bella Chiesa della Santissima Annunziata. L’affascinante Caffè Vittorio Veneto annuncia l’inizio dell’omonima piazza Vittorio Veneto, grande spianata affacciata sul fiume Po: è lunga 360m!
Qui inizia un luogo tipico di Torino: i Murazzi, divisi in due dal ponte Vittorio Emanuele I. Erano i depositi delle imbarcazioni che scaricavano qui le merci; praticamente era il porto di Torino. La sponda scende accanto al grande fiume, oggi marrone per le recenti piogge; davanti hai il Monte dei Cappuccini e Borgo Po. Vedi tanti locali, uno dietro l’altro. Mi ricorda Cais da Ribeira, la sponda di Porto. Qui è vivissimo all’ora dell’aperitivo, assieme al quartiere di San Salvario e al Quadrilatero Romano. Però i Murazzi sono anche un luogo dove correre, passeggiare o vedere chi pagaia con la canoa.
3.7 Pranzo da Peliti’s sui Murazzi

Torino è una città che racconta mille storie. Lo dimostra anche la Vermoutheria Peliti’s, dove mangiamo sui Murazzi. Dentro è fighissimo: il bancone ha una parete di bottiglie di liquori che arriva al soffitto. Noi ci sediamo all’aperto sotto l’ombrellone, mangiando con vista fiume. Arrivano tapas di acciuga, poi il piatto principale: agnolotti ai tre arrosti (classico). Da bere facciamo una degustazione di vermouth Peliti’s, uno per ogni portata (ma anche un po’ di acqua). A proposito, il locale racconta la storia di Federico Peliti, che dopo aver fatto il soldato divenne pasticcere e nel 1869 partì per l’India col viceré britannico. Col tempo aprì a Calcutta una pasticceria ed un ristorante, poi un albergo; al contempo creò una distilleria di vermouth a Carignano per la casa reale inglese. Da questo discende la Vermoutheria Peliti’s. Il babà al vermouth come dolce fu servito per la prima volta a Calcutta!
3.8 La Villa della Regina

Il ponte conduce alla Gran Madre; continuando dritto arrivi alla Villa della Regina, su una collina panoramica nella natura. Da lì hai una bella vista su Torino con la Mole Antonelliana che svetta. A fianco sorge una vigna, che ricorda la destinazione originaria del complesso quando fu comprato dai Savoia.
La storia dell’edificio è complessa, ma fu voluta nel 1615 dal cardinale Maurizio di Savoia come residenza di piacere, vicina al Palazzo Reale; originariamente era chiama Villa Ludovica (come la moglie); il modello d’ispirazione erano le ville romane, tant’è che nel giardino si producevano vino e ortaggi. Ma qui il cardinale organizzò riunioni di accademici e dotti.
Non avendo eredi, la villa passò in eredità alla moglie di Vittorio Amedeo II, che dopo la pace di Utrecht diventa re di Sicilia (e poco dopo di Sardegna); la moglie Anna d’Orleans è la prima regina dei Savoia: perciò si chiama così.
Il degrado e il restauro

Questa residenza rimase nei possedimenti dei Savoia, generazione dopo generazione; ad esempio Carlo Emanuele III fece costruire un’ala (Palazzo del Chiablese), ora persa. Con Vittorio Emanuele II fu ceduta nel 1868 all’istituto di carità Figlie dei Militari: diventò una scuola femminile. Parte degli arredi vennero spostati e cambiò la destinazione d’uso di certi ambienti. Seppur non fosse un punto strategico fu bombardata nella Seconda Guerra Mondiale, rendendo il palazzo inutilizzabile. A ciò seguì l’abbandono e quindi degrado (furti compresi): divenne anche dimora di senzatetto! Perciò la villa è quasi vuota dentro. Un pregevole restauro l’ha resa di nuovo accessibile dal 2007, mentre i giardini sono stati ripristinati recentemente. È tornata ad essere un punto di forza della città.
Come tutte le residenze dei Savoia, è Patrimonio Unesco.
L’alta facciata gialla ma semplice è coronata da 6 statue; la scalinata a tenaglia richiama la grande fontana sottostante, con Nettuno al centro.
Visita della Villa della Regina

Progetto dell’architetto Ascanio Vitozzi, la Villa della Regina fu realizzata da Carlo e Amedeo di Castellamonte. Era abitata per pochissimo tempo, senza la corte.
Nonostante danni e spoliazioni, rimane una bellezza sontuosa. L’ingresso e fulcro di tutto è il meraviglioso salone centrale, originariamente aperto all’esterno. Nel 1733 Filippo Juvarra lo chiuse ed ideò la decorazione con effetto trompe l’oeil; inventò colonne e architetture infondendo senso di verticalità e spazio. Poi chiamò decoratori ed ebanisti che crearono i dettagli che aveva immaginato, tipici dell’orafo che era per formazione. I dipinti di Corrado Giaquinto rappresentano temi dell’amore, natura e gioia; sui lati due miti greci: la morte di Adone e la trasformazione di Dafne. Magnifici anche gli affreschi dei vestiboli con le 4 stagioni. Sembra un sogno aulico.
Sulle due ali del palazzo trovi gli appartamenti del Re e della Regina. Sono ambienti più piccoli, soprattutto i minuti gabinetti. Ma qui emerge il gusto decorativo settecentesco, con stucchi, dorature e specchi. Spicca l’esotismo come dimostrano i tanti gabinetti cinesi, uno più bello dell’altro. Il poco mobilio presente è originale, recuperato da Palazzo Madama. Il resto è disperso: ad esempio la biblioteca del Piffetti ora è al Quirinale a Roma: è lo sfondo dei discorsi del Presidente della Repubblica. È incredibile pensare che la villa era abbandonata! Mi ha entusiasmato.
I giardini della Villa della Regina

La Villa della Regina si fonde coi giardini. Sul retro formano un semicerchio simmetrico rispetto al salone centrale e alla via che che conduce in Piazza Castello. Scavati nella collina retrostante, sono su più livelli. La villa è abbracciata da un’esedra con grottesche e 20 nicchie con statue, con fontana bassa al centro e scalinata che sale. Al di sopra vedi il pendio suddiviso in tre livelli delimitati da siepi di bosso. La prospettiva guida verso il Belvedere superiore dove c’è la Fontana del Mascherone, con la Cascatella della Naiade che porta l’acqua alle altre fontane. Sorgenti naturali alimentano il tutto, mentre lo sfondo è un grande bosco. Non sorprende che nel 2016 è stato nominato Parco più bello d’Italia.
Questo luogo è molto teatrale; perciò organizzano concerti ed eventi speciali. Un grande albero copre la vista su Torino, dove spicca la Mole. Questo scorcio sul giardino all’italiana sotto mi ricorda Palazzo Vertemate Franchi, ma in generale somiglia più al Giardino di Boboli. Uscendo sul lato trovi ancora viti coltivate.
3.9 Monte dei Cappuccini

Prendendo Corso Giovanni Lanza arrivi in un altro luogo da visitare in un weekend a Torino: il Monte dei Cappuccini. Si chiama così per la Chiesa di Santa Maria del Monte consacrata nel 1656 ed affidata ai padri cappuccini. Fuori è semplice e colpisce l’alto tamburo ottagonale; l’interno stupisce per la pianta centrale a croce greca e decorazione barocca. Ma non è eccezionale. Parte del convento dei cappuccini è diventato il Museo Nazionale della Montagna.
Ma la gente sale quassù per ammirare la più bella vista panoramica su Torino. È spalancata davanti a te, col Po in basso e la Mole Antonelliana in evidenza. Lontano a destra la basilica di Superga. Chiesa e vista spettacolare, come San Miniato al Monte a Firenze. Poi è un ritrovo di giovani (soprattutto verso sera), come i mirador di Granada.
Questo piazzale è affascinante a Natale con le luminarie a cerchio delle “Luci d’artista”.
3.10 Chiesa della Gran Madre

Scendiamo vicino al fiume Po per visitare la Chiesa della Gran Madre di Dio (o semplicemente Gran Madre). È imponente e possente, perché eretta su una scalinata alta 7m, che pareggia il dislivello con Palazzo Madama; sui lati le statue della Religione e della Fede. L’architetto Fernando Bonsignore costruì questa chiesa tra 1818 e 1831 per celebrare la restaurazione dei Savoia dopo Napoleone (come dice il frontone). Evidentemente è ispirata al Pantheon di Roma; perciò manca il campanile, messo lateralmente sopra un tetto di una casa vicina! Avvicinandoti noti che le colonne sono enormi; da lì hai dritto davanti a te la statua di Vittorio Emanuele I ed il ponte omonimo.
L’interno a pianta circolare in stile neoclassico non mi affascina: domina ovunque il bianco, con fregi, statue e cupola a cassettoni. Trovo pure la messa: devo sbirciare velocemente. Nei sotterranei l’Ossario coi resti dei caduti della Prima Guerra Mondiale.
3.11 Aperitivo alla Vineria Rabezzana

Questo vivace quartiere che costeggia il fiume Po è chiamato proprio Borgo Po. In particolare in questo punto le colline sono più distanti dal fiume; ciò ha consentito uno sviluppo urbanistico ad inizio Ottocento. Lo esploriamo un po’ percorrendo l’attigua via Monferrato, piena di locali interessanti per fare aperitivo o cenare; sono curati, con tavolini all’aperto nella via chiusa al traffico. Noi ci fermiamo un posto carino, ma minuscolo: la Vineria Rabezzana. È aperta qui dal 2023, ma il primo emporio Rabezzana nacque nel 1911 (e l’azienda vitivinicola prima ancora). Questo è un maestro del gusto: sia da mangiare che da bere. Prendo due tapas deliziose: baccalà mantecato, anatra confit con scaglie di grana e rucola accompagnate da vino arneis. La cameriera argentina mi fa sentire per un secondo in Spagna! Ma vini e gusti sono tipici italiani.
Così torno felice in hotel a riposare e fare la doccia.
3.12 Cena da Antonio Chiodi Latini

A cena andiamo da Antonio Chiodi Latini, il cuoco delle terre. Ha aperto nel 2017; è un ristorante minimalista, ma non semplice: stile urban e di design. Poi è intimo: massimo 30 coperti. Bello il bancone a vista dove osservi che cucina e impiatta.
Lo chef autodidatta ha un menù vegano, ma non vuole fare guerra agli onnivori; non rimpiazza la carne con seitan o tofu. Lavora l’ottima materia prima con macchine tecnologiche che trasformano il vegetale: l’evaporatore rotante separa il solido del vegetale dal liquido! Oppure usa cucina criogenica e azoto liquido. Quindi cucina super contemporanea. Il menù cambia praticamente ogni mese, in base alle materie prime ed ai consigli dei contadini.
Concettualmente mi è piaciuto tanto, ma i piatti super gourmet non mi hanno soddisfatto. Dopo ogni portata attendevo la successiva sperando che mi saziasse. Sarò grezzo, ma alla fine avrei voluto un piatto di pasta al ragù!
I piatti

Come antipasto è arrivata insalata di nervetti di rapa con olio di lino e rapa svedese. Il primo piatto è la Rossa Francese, con patata vitelotte, caramello di bergamotto e salsa tamari: praticamente sono 5 raviolini di patata rossa; a vista sembra un quadro! Segue il Manifesto underground: cagliata e asparago che forma la scritta underground (che è il suo motto), da mangiare con l’asparago crudo come forchetta! Come un gioco. Poi piatto sorpresa affumicato: base di verza bianca, spaghetti di grano saraceno e gemme di pioppo nero da spargere sopra. Dopo radice di pastinaca con fondo bruno e barba di frate. Infine dolce al finocchio, con crema di finocchio dentro, menta piperita e fragole; quest’ultimo è delizioso a primo assaggio, ma stanca subito.
Mi ricorda la recente cena gourmet di Bolzano, più astratta e fantasiosa. Qui i gusti ci sono tutti e sono ricercatissimi. Però non fa per me.
3.13 Passeggiata notturna a Torino

Sono molto stanco, ma non posso esimermi da fare una piccola passeggiata serale a piedi per Torino; è sabato sera! Così almeno digerisco.
Le luci fanno risplendere i palazzi nel cielo nero. Il ristorante è in via Pietro Micca; così in breve arrivo in Piazza Castello che è vivace anche ora: forse più del giorno! Palazzo Madama illuminato mostra le sue due differenti facce. Poi passando da via Roma entro nella Galleria San Federico per fotografare la grande scritta LUX: nella notte splende ancora di più. Pochi passi e sono in Piazza San Carlo, anch’essa ancora animata di giovani e persone che passeggiano. Qui sotto i portici fotografo l’affascinante insegna Martini del Caffè Torino in notturna. Ti fa tornare indietro nel tempo, ad un secolo fa.
Con le ultime energie raggiungo l’hotel; oggi mi sono meritato una bella dormita!
4. 3° giorno a Torino

Ancora una colazione tranquilla nel bel cortile dell’Hotel Victoria.
Come ultimo giorno del nostro weekend a Torino ci resta da esplorare la zona lungo il Po che scende verso sud. Dal lato del centro storico si estende il quartiere di San Salvario; dall’altro l’espansione ottocentesca (ma iniziata nel Seicento) ha creato nuovi quartieri denominati Borgo Crimea e Borgo Po (dove c’è la chiesa della Gran Madre ed il Monte dei Cappuccini), mentre più giù le colline a ridosso del grande fiume hanno fatto mantenere un grande parco naturale con abitazioni di pregio.
Ma il parco più amato dai Torinesi è il Parco del Valentino, che rimane sulla sponda del centro storico; è il Central Park di Torino, dove le persone si incontrano, vanno a correre, in bicicletta o semplicemente passeggiano nel verde. Ultimamente è diventato famoso ed interessante anche grazie alle opere di un artista particolare.
4.1 Parco del Valentino

Da Ponte Umberto I a Ponte Isabella si estende il Parco del Valentino, parco più grande di Torino (550.000 mq). Prende nome dal Castello del Valentino, che sorge al centro affacciato sul fiume; ha forma a U ed è in stile francese, con tetti alti e appuntiti di ardesia come i castelli della Loira. Dopo averlo ricevuto come regalo di nozze, la Madama Maria Cristina di Francia lo restaurò con l’architetto di corte Castellamonte, dandogli l’aspetto attuale. Quindi fa parte delle dimore sabaude, disposte a cerchio attorno a Palazzo Reale. Ora ospita la facoltà di architettura dell’Università di Torino, perciò visitabile raramente.
Nell’Ottocento l’architetto paesaggista francese Barrillet-Dechamps ridisegnò il parco in stile romantico, creando i grandi viali alberati, boschi e prati su vari dislivelli che vediamo tuttora. Divenne un parco pubblico amato dai Torinesi, così come ora lo amano i turisti: recentemente è stato eletto “parco più apprezzato d’Italia”.
Il Giardino Roccioso

In occasione del centenario dell’unità d’Italia (1961), l’architetto Ratti creò un’oasi nel parco: il Giardino Roccioso. È l’unica parte recintata del Parco del Valentino e chiude la sera. Qui trovi pochi alberi alti; bensì è un pendio in discesa con piante isolate, fiori e cespugli, suddiviso da canali artificiali che formano piccole cascatelle. In primavera è molto bello. La particolarità è che sono piante provenienti da tutto il mondo. Protagonisti assoluti gli scoiattoli, che vedi correre e saltellare. Puoi avvicinarli tantissimo. Come nel Parco di Monza.
Ma nel Giardino Roccioso spiccano le opere di Rodolfo Marasciuolo, il genio dei giardini di Torino. Chi è? È un giardiniere comunale che dal 2006 abbellisce i parchi con opere create con materiali di riciclo. All’inizio non si sapeva chi le facesse; ha pure rischiato il licenziamento perché “perdeva tempo” (ma fa questi lavori nel tempo libero). Ora è diventato un’attrazione dei giardini torinesi. Un’opera ad esempio è in piazza Carlo Alberto. In questo giardino trovi tante sculture di Marasciuolo, tra cui le due più famose: la “donna che rasa i fiori” e la “panchina dei lampioni innamorati”. Ma il suo marchio di fabbrica sono i gatti: ne ha creati tantissimi!
Il Borgo Medievale

Dal Giardino Roccioso vedi anche la Rocca ed il Borgo Medievale in mattoni, grande attrazione del Parco del Valentino. Nonostante il nome, non sono medievali, ma una ricostruzione fedele di edifici medievali scovati in Piemonte e Valle d’Aosta dall’architetto D’Andrade e realizzati qui per l’Esposizione generale italiana del 1884. Ad esempio la Rocca in mattoni ha elementi dei castelli di Issogne e Fenis, ma somiglia anche al Castello Sforzesco di Milano. Mettendo assieme tanti elementi diversi voleva creare una costruzione unica; praticamente è un falso d’autore. Pure la collina è artificiale.
Erano una strutture provvisorie, ma visto che la gente continuava a frequentarle, diventarono fisse e furono acquisite dal Comune. Ora sono in restauro e puoi ammirarle solo da fuori, tra gli alberi; tutto il Parco del Valentino sarà rinnovato: toglieranno l’asfalto e diventerà un parco all’europea. Del resto è tutto pedonale: solo il trenino gira nel parco.
Fontana dei 12 Mesi

Nella Torino industriale il Parco del Valentino era un punto di riferimento; si svolsero qui le prime gare automobilistiche, che erano gare di resistenza delle vetture (con fini di marketing). Pure il primo servizio di volo postale per Trieste atterrava qui, sul Po: era un idrovolante; il ristorante “l’idrovolante” ricorda quell’epoca. Lungo il fiume sorgono ancora le gloriose società di canottieri, mentre accanto al Castello trovi pure l’Orto Botanico.
Ma altro luogo focale è la Fontana dei 12 Mesi, che raggiungiamo passeggiando nel bosco; è figlia stavolta dell’Esposizione generale italiana del 1898. Costruita da Carlo Ceppi, ha un’ampia vasca ellittica circondata da statue in stile liberty che rappresentano i dodici mesi, mentre al centro dominano le figure del Po e della Dora che buttano acqua. È magnifica, con tantissimi getti d’acqua; però me l’aspettavo ancora più imponente. Sarà che dopo aver visto Villa d’Este a Tivoli non c’è mai paragone!
4.2 Flashback Habitat

Luogo suggestivo ed insolito da vedere a Torino è Flashback Habitat, che racconta un pezzo di storia novecentesca della città. Nel 1890 sulla collina che fronteggia il Ponte Umberto I sorse la villa di un banchiere; nel 1929 fu venduta: divenne la Sanatrix, importante clinica d’élite che aggiunse due strutture; mezza Torino nacque qui mentre Fausto Coppi venne operato alla clavicola. Chiuse nel 1952, improvvisamente e misteriosamente. Prontamente l’anno seguente la Provincia di Torino comprò l’ambiente creando un brefotrofio: accoglieva e allevava i bambini “indesiderati” perché fuori dal matrimonio o in pericolo di abbandono (ad esempio da donne non sposate). Il personale laico ha allevato e fatto adottare 4000 bambini in 30 anni. Era efficiente: il tasso di mortalità infantile era minore della città. L’attività terminò nel 1983, divenendo uffici della Provincia.
Dal 2013 è stato abbandonato, ma è risorto di recente come Flashback Habitat, un centro d’arte indipendente.
Visita del Flashback Habitat

Ora il Flashback Habitat esprime perfettamente la personalità dello stravagante direttore artistico ed artista Alessandro Bulgini che ci accompagna nella visita. Il vestito dimostra che è un artista! Poi parla con passione e voglia di condividere.
I quattro edifici hanno finalità differenti; ad esempio il Pavilion A ha 18 stanze decorate da altrettanti artisti, ora affidate ad operatori culturali; c’è anche uno studio di registrazione! Nel Pavilion B allestiscono le mostre e a novembre una fiera d’arte. Ora vedi “storie di matrimonio” del quartiere Barriera di Milano di Torino: sembrano foto dei miei zii/nonni, ingiallite o in bianco e nero. Al piano superiore la mostra “Insurrezioni” con foto di protesta di 3 artisti/fotografi: dagli Indiani Sioux ad Hong Kong fino all’assalto a Capitol Hill. Invece l’ultimo piano racconta la storia del brefotrofio: è un’opera permanente in 8 stanze, dove video-ritratti di ex bambini cresciuti qui ti raccontano gli ambienti; sono di profilo, per cui paiono parlarti. A loro è stato regalato il pass: è casa loro, possono venire quando vogliono. Li chiama “fratelli di culla” ed alcuni fanno volontariato qui. Nella sala del camino ogni singola sedia è firmata da uno di questi bambini: idea stupenda. Del resto Bulgini considera la storia di questo luogo metà dell’opera artistica! Bello poi che nel bar Il Circolino (coloratissimo) girano tanti giovani.
Angoli off-limits del Flashback Habitat

Al piano superiore, nascosto alla visita, c’è lo studio dell’artista. Ci tiene a mostrarcelo: lo seguiamo. Il suo atelier è… artistico! Tutto sembra abbandonato, tutto sembra in disordine come le giacche appese per aria; sono dipinte sulla schiena, contro la sfiga. Molto particolare l’opera che sembra uno schermo nero, ma spegnendo le luci ed illuminandola (anche coi cellulari) compaiono figure; è sorprendente, come dentro la piramide di Unis in Egitto!
Ancora meglio, ci porta sul tetto dell’edificio dove spicca la grande scritta rossa “mater” che di notte si illumina; qui hai una gran vista su Torino ed al tramonto deve lasciare senza parole; peccato che oggi la giornata sia grigia. Comunque la scritta è diventata il simbolo di Flashback Habitat.
Intorno ai padiglioni trovi un parco di 9000 mq con alti alberi, dove sono inserite altre opere d’arte. Che fantastico modo di valorizzare la storia di Torino e diffondere arte!
4.3 Pranzo alla Trattoria Decoratori & Imbianchini

Tra case bellissime nella natura di Borgo Po vicino al Monte dei Cappuccini c’è un luogo storico dove mangiare: la Trattoria Decoratori & Imbianchini. Anche questa ha una storia particolarissima. Nacque nel 1883 come società di mutuo soccorso: i lavoratori si associavano per avere sussidi in caso di difficoltà, oltre ad un luogo di svago e ritrovo. Trasferitasi in questo palazzo nel 1911, aveva campi da bocce e licenza di vendere bevande alcoliche. Tuttora è una cooperativa che si cura del benessere dei soci, promuovendo iniziative di solidarietà e operazioni culturali.
Ma soprattutto è un’attività storica da 140 anni dove assaggi cucina tradizionale in ambiente familiare. Noi prendiamo una giardiniera di verdure con julienne di seppie di gradevole agrodolce, poi primo piatto di risotto con asparagi, zafferano e speck; infine il dolce tipico torinese: il bonet della tradizione, per me troppo cioccolatoso. Speravo in piatti più abbondanti, ma sono buoni.
4.4 Mole Antonelliana

Torniamo in centro per ammirare il simbolo di Torino: la Mole Antonelliana. Storia strana anche qui: lo sai che Alessandro Antonelli doveva costruire inizialmente una sinagoga? Infatti valdesi ed ebrei approfittarono della libertà religiosa sancita dallo Statuto Albertino (1848). Dal 1863 il fantasioso architetto volle creare l’edificio in muratura più alto d’Europa (167,5m); il progetto cambiò più volte, finché la comunità ebraica sospese i lavori: non era più ciò che volevano. Così nel 1878 il Comune acquistò il cantiere per omaggiare re Vittorio Emanuele II, appena morto. I tempi si allungarono: muore l’Antonelli ed il Museo del Risorgimento nasce a Palazzo Carignano. Perciò la Mole Antonelliana diventa semplicemente il simbolo di Torino, terminato nel 1889. Per colpa dei fulmini la punta crollò due volte, facendo cadere la statua originaria; la seconda volta ne fu testimone un giovanissimo giornalista: Piero Angela.
Dal 2000 ospita il bellissimo ed interattivo Museo Nazionale del Cinema, che sale verticalmente nell’edificio con l’ascensore panoramico. Del resto il primo capolavoro del cinema italiano (Cabiria) è torinese. Però per visitarlo bisogna prenotare prima, così ci accontentiamo di vedere la Mole spiccare enorme tra le vie. Dal basso è altissima e vedi bene stili e forme diverse che si uniscono formano un edificio unico che impressionò anche Nietzsche.
4.5 I giardini di Palazzo Reale

Con via Giuseppe Verdi in poco torniamo in Piazza Castello. Il programma prevede la visita di Palazzo Reale, imperdibile nel weekend a Torino. Ma non abbiamo abbastanza tempo; vedere tante bellezze velocemente è sciocco, così facciamo un giro alternativo. In primis osserviamo il Teatro Regio, con anonima facciata settecentesca in mattoni Patrimonio Unesco. Ma il teatro è moderno, perché distrutto da un incendio nel 1936. Da fuori stupisce la cancellata di Umberto Mastroianni “Odissea Musicale” (1994) che rappresenta la Torino industriale: assomiglia un po’ a Depero e Pomodoro.
Poi oltrepassiamo il cortile di Palazzo Reale per raggiungere i Giardini Reali, visitabili liberamente. Furono disegnati da Le Notre, l’architetto dei giardini di Versailles. La prima parte (Giardino Ducale) è all’italiana con fontana centrale. Ma è imperdibile la settecentesca Fontana dei Tritoni e delle Nereidi di Simone Martinez nei Giardini di Levante. Il resto è un bosco frondoso con viali per percorrerlo.
4.6 Piazza C.L.N.

Riposando piacevolmente nei giardini il tempo vola. Poi ci incamminiamo e torniamo in Piazza San Carlo, con le due iconiche chiese gemelle; quella sinistra è in restauro, così non posso scattare l’iconica foto simmetrica. Però entro in quella di destra (chiesa di San Carlo) che è sorprendentemente molto cupa. Non mi colpisce.
Poi proseguendo su via Roma incontro Piazza C.L.N., spazio longitudinale che parte dalle absidi delle chiese gemelle. L’atmosfera è totalmente diversa: domina lo stile razionalista, freddo e squadrato; infatti da qui comincia la città razionalista disegnata da Marcello Piacentini con portici che conducono in stazione. Ma questa piazza sembra un set cinematografico: le absidi si trasformano in abitazioni gemelle, su cui sono addossate due fontane con enormi statue del Po e della Dora; tante persone sono sedute davanti a chiacchierare; mi ricorda un angolo del Campidoglio a Roma. Ma Torino è così: è una città che sa meravigliare.
5. Conclusioni

Mi aspettavo una città magnifica, ma Torino è eccezionale, all’altezza delle più belle città italiane (Roma, Napoli, Firenze, Milano e Venezia). Infatti ha tantissime bellezze da scoprire; è quel tipo di luogo che 3 visitatori diversi possono descrivere con foto/video totalmente diversi perché trovi moltissimi posti super instagrammabili in centro. C’è chi si concentra su luoghi storici e stupende piazze, chi sui musei, chi sulle meravigliose ed eleganti gallerie, chi su stile liberty e street art, chi sulle architetture, chi sui numerosi locali storici dal fascino antico; io in particolare ho adorato i caffè storici: sembra di tornare all’Ottocento.
Poi Torino è una città vivace, in continua evoluzione. Alla scossa positiva delle Olimpiadi invernali del 2006 è seguita l’esplosione di interesse turistico. La Torino industriale è lontana anni luce!
Per tutto ciò, Torino necessiterebbe di una visita di almeno 4-5 giorni; con meno giorni devi fare scelte dolorose. Io non sono riuscito a visitare il Palazzo Reale, che è decisamente la gemma di Torino. Ma nemmeno entrare nella Mole Antonelliana o andare alla Venaria Reale, altra meraviglia imperdibile. Insomma, dovrò tornarci!
Qualche difetto c’è: ad esempio i marciapiedi poco curati e logori. Ma ti rimane negli occhi la grande bellezza, come l’eleganza diffusa delle case e gli angoli pittoreschi.
Ti è piaciuta la mia visita di Torino in 3 giorni? Spero di sì. L’itinerario è un mix vario delle tante bellezze.
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Innanzitutto vorrei fare i miei complimenti per il blog, davvero ricco di contenuti interessanti. Questo articolo non fa eccezione, infatti leggendolo ho trovato delle informazioni utili e degli spunti di riflessione stimolanti. Ora che ho scoperto questo blog andrò sicuramente a leggere altri articoli. Grazie!
Grazie mille per le belle parole, mi fanno davvero piacere